Regia: Fritz Lang
Cast: Glenn Ford, Gloria Grahame, Lee Marvin
Sceneggiatura: Sydney Boehm, William P. McGiven
Anno: 1953
Genere: Noir
Durata: 87 minuti circa
Dopo il suicidio di un poliziotto e l’omicidio della sua amante, l’investigatore Dave Bannion (G. Ford) cerca d’indagare sull’avvenimento. I superiori cercano però d’impedirgli d’andare avanti, fino al punto di licenziarlo, in quanto alle due morti è collegata la figura di Lagana, l’uomo politicamente ed economicamente più importante della città. Il protagonista continua comunque ad investigare.
Inoltre, da quando sua moglie viene assassinata da dei gangster, sarà la sete di vendetta a possederlo e a spingerlo con ogni forza a tentare
d’incastrare i colpevoli.
Il grande caldo è considerato uno dei capisaldi del noir anni ’50 e uno dei migliori film americani di Fritz Lang.
Il cineasta tedesco firma una delle sue opere più politiche e graffianti, mostrando quanto il potere (dai politici alla polizia) sia corrotto, protetto e colluso con la criminalità organizzata.
Come nelle pellicole precedenti quali M – Il mostro di Dusseldorf (1931) e Furia (1936), Lang dimostra di non avere alcuna fiducia nella giustizia ufficiale, quella organizzata e istituzionale, vuoi perché corrotta, vuoi perché incapace.
Non si deve pensare, però, che il regista sia favorevole alla vendetta e alla giustizia “fai da te”, in quanto nel caso di The big heat (titolo originale del film) il vendicatore solitario diventa violento e pericoloso quasi quanto le persone contro cui vuole combattere, usando talvolta i loro stessi metodi.
In questo senso è bene citare una frase di Lang a proposito della distinzione tra “buoni” e “cattivi”: “Ci sono solo due categorie di persone: i cattivi e i molto cattivi. Ma noi siamo giunti ad un accordo e chiamiamo buoni i cattivi e cattivi i molto cattivi”.
Altra tematica della pellicola è la violenza presente nella nostra società e dentro noi stessi.
Il film, infatti, è considerato come uno dei più violenti degli anni ’50 e non è un caso che l’inquadratura iniziale mostri una pistola.
Anche se la scelta è stata praticamente obbligata da un censore, in quanto non voleva che si mostrasse in campo un suicidio, ritenendolo troppo crudo per lo spettatore, non si può negare il fatto che l’inquadratura e tutta la scena d’apertura del film risultino molto efficaci per mostrare fin da subito le intenzioni del regista.
D’altronde, in questo noir sono presenti omicidi, esplosioni, malmenate, ecc., ma tutto, o quasi, avviene fuori campo, suggerendo e non mostrando direttamente la violenza al pubblico. 
In un’intervista, Lang dichiarò che la scelta di suggerire la violenza invece di mostrarla direttamente, serviva a coinvolgere lo spettatore in modo più forte e profondo.
Quello che veramente interessa al regista tedesco non è tanto mostrare la violenza in sé e fine a se stessa, quanto riflettere su di essa e sulle conseguenze che provoca.
Come nelle sue opere precedenti, comprese quelle tedesche, il regista affronta il tema del doppio.
Infatti, in Il grande caldo tutto, o quasi, ha una duplice valenza: l’investigatore Bannion che da un lato rappresenta il poliziotto onesto dalla famigliola felice, ma che dall’altro si dimostra vendicativo e violento; la pupa del gangster interpretata dalla Grahame, da una parte cinica nell’accettare i soldi e il lusso sporco del compagno, dall’altra persona stanca degli omicidi e dei soprusi che vede commessi quotidianamente; la villa di Bannion, apparentemente “per bene”, ma che in realtà serve per orribili complotti.
L’immagine che più di altre racchiude tale argomento è quella del volto mezzo sfigurato della Grahame: il bene e il male in una figura sola, in una persona sola.
L’idea è entrata così nell’immaginario, che Almodovar l’ha citata nel film Che ho fatto io per meritare questo? (1984).
Alcune fasi del racconto, come scritto nel libro L’età del noir di R. Venturelli, sembrano procedere quasi come un western: dalla scena dello scontro al bar tra G. Ford e L. Marvin (il capo banda dei gangster) alla sparatoria finale.
Questo non è casuale, in quanto il western affronta temi come la vendetta, la violenza, il conflitto tra giustizia ufficiale e individuo, problematiche trattate anche dal noir.
Piccola curiosità: l’espressione The big heat, nel gergo della malavita americana sta a indicare un’azione più aspra e forte della polizia contro la criminalità.
Considerando che nel film l’unico che porta avanti dall’inizio alla fine la lotta contro i gangster è un solo investigatore e che, in gran parte, la conduce fuori e contro le istituzioni di cui faceva parte, viene da porsi una semplice domanda: il titolo è ironico?
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