GIORNI PERDUTI [The lost weekend]

Regia: Billy Wilder
Cast: Ray Milland, Jane Wyman, Phillip Terry
Sceneggiatura: Charles Brackett, Billy Wilder
Fotografia: John F. Seitz
Montaggio: Doane Harrison
Anno: 1945
Produzione: USA
Casa di produzione: Paramount
Genere: Drammatico
Durata: 98 minuti circa
Formato 1:1,33 B/N

Da sei anni Don è dipendente dall’alcol, ma, con l’aiuto del fratello e della fidanzata, sta provando a smettere, anche perché vorrebbe provare a scrivere un romanzo e cominciare la sua carriera da scrittore, carriera che non è mai decollata. Purtroppo non riesce a smetter di bere, ma un fine settimana in cui viene lasciato solo sarà decisivo.
Wilder, dopo aver firmato una commedia (“Frutto proibito”), un film di guerra e spionaggio (“I cinque segreti del deserto”) e un noir (“La fiamma del peccato”), realizza con “Giorni perduti” una delle opere, assieme a “I giorni del vino e delle rose” di Blake Edwards, più famose sull’alcolismo, vincitore anche del Gran Premio al festival di Cannes e di quattro Oscar (miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior sceneggiatura).
Nonostante qualche imposizione (inizialmente il protagonista doveva essere omosessuale, ma la censura non ha voluto), la pellicola in questione riesce ad affrontare alcune tematiche che saranno care al regista anche in futuro. Infatti, tra i motivi principali dell’alcolismo di Don, c’è la frustrazione di non riuscire a diventare uno scrittore celebre e la paura di deludere gli altri, oltre che se stesso, la paura, di affrontare la vita e la società, con i suoi ostacoli e le sue pretese. Quindi, in un certo senso, il film potrebbe essere considerato un lavoro sul sogno americano e su come questo, se non realizzato, rischi di affogare in un mare di Whisky.
Tematiche come l’ambizione e la tentata ascesa sociale, saranno affrontate, anche se con toni e soggetti diversi, in altre pellicole di Wilder.
L’ambizione del regista era però soprattutto quella di fare il primo film serio sull’alcolismo, tema che in effetti era sempre stato trattato sullo schermo in maniera comica.
Operazione riuscitissima, perché la pellicola fa vedere allo spettatore tutte le conseguenze della dipendenza di Don: allucinazioni, umiliazioni e perdita della propria identità. Basti pensare, che in una scena il protagonista proverà anche a rubare pur di bere e, in un’altra, commetterà un gesto ancor più clamoroso e degradante: venderà la macchina da scrivere, cioè il suo unico mezzo di lavoro e di speranza per il futuro, segno che ormai per il protagonista la sola cosa importante è ubriacarsi per estraniarsi da un mondo che ha paura di vivere e affrontare.
Il film riesce, grazie anche alla fotografia John F. Seitz e all’interpretazione di Milland, a immedesimare lo spettatore nelle vicende e nell’inquietudine del protagonista. Merito però soprattutto della regia, la quale segue in continuazione Don nelle sue ossessioni e visioni (celebre la scena del topo e del pipistrello nella stanza) e crea diverse soggettive (quella della scala e di alcuni risvegli). Molto belle, inoltre, le inquadrature che mettono più in risalto le bottiglie rispetto ai personaggi, dando la sensazione di quanto l’alcol opprima e sovrasti il protagonista.
Importante per dare l’idea dello smarrimento del protagonista e della sua incapacità di dare una direzione alla propria vita, è la figura del cerchio: sono molte le inquadrature di cose rotonde, in primis le impronte dei bicchieri lasciati nel bar. Inoltre, è la struttura del film stesso ad avere una forma circolare, in quanto si apre e si chiude con la stessa inquadratura, segno che l’happy end è solo apparente e di come non sia una certezza che Don riesca a guarire dall’alcolismo.
Molto celebre, inoltre, la scena in cui Don riesce a trovare una bottiglia che aveva cercato senza successo, grazie alla luce del lampadario (posto in cui il protagonista aveva “nascosto” il Whisky), che proietta l’ombra dell’oggetto sul muro.
Anche se i toni sono molto drammatici e cupi, il regista non rinuncia in qualche scena ad un po’ di umorismo (basti pensare al flash back del primo incontro tra i due protagonisti).
Ottima la sceneggiatura, scritta con Charles Brackett (uno degli sceneggiatori, assieme a I. A. L. Diamond, più fidati di Wilder, con cui ha scritto altri importanti film, tra cui “Viale del tramonto”), ricca di frasi importanti, tra cui una che, secondo il sottoscritto, rende molto bene la condizione di un alcolizzato: «Di notte fa piacere bere, di mattina è una medicina».

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