STALAG 17 – L’INFERNO DEI VIVI [Stalag 17]

Regia: Billy Wilder
Cast: William Holden, Don Taylor, Otto Preminger
Sceneggiatura: Edwin Blum, Billy Wilder
Fotografia: Ernest Laszo
Montaggio: Doane Harrison
Anno: 1953
Produzione: USA
Casa di produzione: Paramount
Genere: Drammatico
Durata: 120 minuti circa
Formato 1:1,33 B/N

“Se mi capita di incontrare uno di voialtri a un angolo di strada,
facciamo finta che non ci siamo mai visti, né conosciuti.”

Stalag 17 è il nome d’un campo di concentramento tedesco per prigionieri americani, durante la seconda guerra mondiale, retto, con teutonica spietatezza, dal comandante von Scherbach.
Tra i prigionieri fioriscono progetti e tentativi di fuga, ma il loro regolare fallimento sembra provare che all’interno del campo c’è una spia, un traditore al soldo dei tedeschi.
I sospetti si appuntano sul sottufficiale Sefton, un tipo dall’aria cinica che traffica nel campo con piccoli commerci.
Picchiato, guardato male, Sefton riesce a scoprire la spia e alla fine anche a fuggire dal campo.
Tratto da una commedia di Bevan e Trzinski, due reduci dai campi nazisti, questo film narra alcune vicende, ora allegre, ora disperate, ora paradossali, che si verificano appunto nello Stalag 17.
Wilder ricostruisce la vita del “lager” con molta fedeltà e, nell’assumere l’universo claustrofobico del campo di concentramento come unico spazio all’interno del quale si dibattono i vari personaggi, non fa altro che continuare il discorso incominciato nella casa di Don Birnam (“Giorni perduti”), nella villa di Norma Dasmond (“Viale del tramonto”) e nella caverna crollata di Leo Minosa (“L’asso nella manica”): quello sull’angoscia che nasce dal luogo coatto.
Il film è fatto d’episodi e di macchiette, ma tende soprattutto a costruire e presentare un ritratto d’uomo: il ritratto del sergente Sefton, un prigioniero senza sentimentalismi e retorica, preoccupato soprattutto di risolvere nel migliore dei modi il problema della propria esistenza nel campo di concentramento.
Sospettato d’essere una spia dagli altri prigionieri solo perché “diverso” da loro, Sefton sperimenta su se stesso gli effetti di quella “macchina d’esclusione” che su scala più vasta, ma con le stesse radici, i nazisti stanno scatenando contro gli altri “diversi”; e sarà proprio lo stesso meccanismo d’esclusione a segnare la fine della vera spia, trasformando il luogo coatto in porto di sopravvivenza e salvezza. Ma che tipo è quest’uomo?
Realizzando questo personaggio, che William Holden interpreta con grande sobrietà, Billy Wilder trova finalmente il suo tipo ideale, il suo eroe: un uomo comune, con molti difetti, ma costretto a fare del bene.
Sefton, infatti, non è certo uno dei soliti eroi candidi e coraggiosi, vibranti e infiammabili: no, questo eroe wilderiano non né buono, né cattivo, è solo sincero fino al cinismo più brutale. E’ prigioniero, quindi cerca di procurarsi qualche privilegio attraverso piccoli traffici. Non si preoccupa di essere impopolare né antipatico. Non si fa illusioni e non pretende che gli altri se ne facciano su di lui.
Ebbene, il Sefton/Holden è la cosa più vicina e simile all’alter ego di Wilder messa su pellicola. Esemplare in quest’ottica la battuta finale del protagonista: “Se mi capita di incontrare uno di voialtri a un angolo di strada, facciamo finta che non ci siamo mai visti, né conosciuti.
In conclusione, va ricordato che durante lo svolgimento della vicenda riaffiorano contemporaneamente alcuni elementi cari al regista. Non è infatti un caso che il codice con il quale la spia comunica con i tedeschi sia una lampada, proprio come quella che nascondeva la bottiglia dell’alcolizzato protagonista di “Giorni perduti”: per Wilder quindi il pericolo si nasconde nelle sorgenti di luce, da un lato le uniche in grado di mostrarci ciò che non andrebbe mostrato, ma allo stesso tempo luoghi in cui il lato oscuro delle cose si nasconde, proprio là, dove la luce è accecante, cioè, proprio dove si afferma di esercitare chiarezza.
Si pensi poi alla scelta di far interpretare a un regista, Otto Preminger (austriaco come Wilder), la parte del comandate von Scherbach.
Qui l’analogia con “Viale del tramonto” risulta evidente quasi come il suo significato: ma se nel primo il regista von Stroheim era un semplice maggiordomo al servizio della grande stella del muto, in “Stalag 17”, invece, il regista non è altro che un manipolatore di anime proprio come un kapò.

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