Uno sguardo sull’autore

“Raccontare storie mi sembrò da subito
la cosa più affascinante che potessi fare.”

Billy Wilder è stato uno dei più importanti registi e sceneggiatori hollywoodiani del secolo scorso, celebre soprattutto per le sue commedie sull’americano medio, in cui ritraeva il suo cinismo e arrivismo. Non a caso, si diceva che Dino Risi, uno degli autori della commedia all’italiana, era il Wilder nostrano. Inoltre, è stato un regista che è riuscito a realizzare opere che fossero sia d’intrattenimento, che riflessive e intelligenti, proprio come ha sempre voluto. La sua regia è classica, conforme allo stile narrativo hollywoodiano, uno stile che vuole rendere il regista e il montaggio “invisibili”, rispettosi dei raccordi e dell’ordine cronologico, per dare più spazio e fluidità alla storia, in modo da coinvolgere maggiormente lo spettatore.
E’ probabilmente anche per questo che Wilder, nonostante abbia criticato la società capitalista americana, compresa l’industria cinematografica, non è stato inviso a Hollywood, la quale gli ha consegnato vari riconoscimenti, tra cui due Oscar per la regia. La sua classicità di stile, però, gli venne usata anche contro, in quanto alcuni critici sostenevano che Wilder fosse solo un ottimo artigiano, molto migliore come narratore, che come regista, tant’è che veniva accusato di non avere stile. Accuse a nostro avviso infondate, in quanto la sua regia, pur essendo classica e conforme a Hollywood, è sempre stata fondamentale per trasmettere dei messaggi allo spettatore (vedi alcune inquadrature di “Giorni perduti”), per dare il ritmo giusto alla pellicola (di esempi se ne possono fare molti, da “A qualcuno piace caldo” fino a “Prima pagina”) o per comporre delle immagini indimenticabili (ad esempio, la scena della gonna della Monroe in “Quando la moglie è in vacanza” o della porta in “La fiamma del peccato”). Essere dei registi classici non corrisponde a non avere stile, anzi, ci sono molti registi più o meno conformi alle regole, ma che hanno allo stesso tempo delineato un proprio profilo formale e tematico, come ad esempio Hitchcock e Ford, oltre naturalmente a Wilder.
Inoltre, il regista ha saputo dirigere come pochi scene corali: dalle folli di curiosi (“L’asso nella manica”) e d’impiegati (“L’appartamento”), fino a sequenze in cui otto o nove personaggi sono perfettamente coordinati nei movimenti e nei gesti, dando comunque l’impressione di essere naturali (le scene ambientate nell’ufficio stampa di “Prima pagina”, ad esempio).
Wilder nasce nel 1906 a Sucha (Austria-Ungheria) e inizia la sua carriera come giornalista a Vienna e a Berlino. Una leggenda racconta che egli è approdato nel mondo del cinema quasi per ragioni puramente economiche. Si dice che Wilder doveva un po’ di marchi al produttore J. Pasternak, che per farseli restituire lo fece lavorare ad una sceneggiatura.
Infatti, Wilder cominciò la sua carriera cinematografica come sceneggiatore per il cinema tedesco. Di questo “filone”, il più importante risulta “Uomini di domenica/Gente di domenica”, opera diretta da Robert Siodmak e scritta appunto da Wilder, con Ulmer e Zinnemann che rispettivamente facevano l’aiuto regista e l’operatore (anche questi diventeranno celebri registi a Hollywood). C’è da notare, però, che è una pellicola in cui tutti erano più o meno agli esordi, e quindi i ruoli non sono così ben definiti.
Il film è una via di mezzo tra la fiction e il documentario, e narra di una domenica passata al parco da quattro persone.
Con l’ascesa politica di Hitler, Wilder si trasferisce in America, dove incontrerà Charles Backett, il quale diventerà uno dei suoi sceneggiatori prediletti, almeno nella prima parte della sua carriera. Insieme scrivono importanti commedie americane, tra cui “La signora di mezzanotte” di M. Leisen, “Colpo di fulmine” di H. Hawks e, soprattutto, “L’ottava moglie di Barbnablu” e “Ninotchka” di E. Lubitsch, esperienza che si rivelerà molto importante per Wilder, che s’ispirerà per sempre al suo predecessore e maestro.
Dal grande regista della screwball comedy, Wilder ha imparato, ad esempio, l’uso dell’elisse e del fuori campo.
Infatti, Lubitsch usava queste tecniche per fare delle allusioni e dei sottointesi, oltre che dell’ironia e della comicità. Wilder, invece utilizza il fuori campo per aumentare l’effetto drammatico di certe scene: si pensi, ad esempio, al quella dell’omicidio in “La fiamma del peccato”, in cui non viene inquadrato l’omicidio, ma il volto in primo piano della protagonista, oppure alla sequenza di un’importante bevuta in “Giorni perduti”, in cui non s’inquadra il personaggio principale che beve, ma un telefono che squilla senza che nessuno risponda.
Il suo esordio alla regia risale al 1934, con il francese “Amore che redime”. Anche se in genere è un film mal considerato dalla critica e ormai praticamente dimenticato, risulta comunque notevole per la particolarità del montaggio, fatto principalmente da sovrimpressioni e primissimi piani, caratteristiche che Wilder non riprenderà in seguito, adottando invece gli schemi più classici e lineari di Hollywood. L’opera in questione è quindi un caso praticamente unico nella lunga carriera del regista.
Il suo primo film veramente importante è la commedia “Frutto proibito” (1942) con Ginger Rogers e Ray Milland, su una donna che si traveste da bambina e un generale che se ne prende cura.
Dopo un’opera che unisce avventure e spionaggio sullo sfondo della seconda guerra mondiale, “I cinque segreti del deserto”, Wilder firma il suo primo capolavoro, “La fiamma del peccato” (1944).
Questo noir, con Fred MacMurray (che ritroveremo in “L’appartamento”), Barbara Stanwyck ed un magnifico Edward G. Robinson, ha come tema centrale la voglia d’imbrogliare le assicurazioni (argomento che riprenderà in toni ironici con “Non per soldi, ma per denaro”).
Nel 1950, dopo “Il valzer dell’imperatore” e “Scandalo internazionale”, Wilder firma un altro capostipite della storia del cinema, per buona parte della critica il suo film migliore, “Viale del tramonto”. L’opera narra la storia di uno sceneggiatore che s’imbatte in un’attrice del muto ormai decaduta, che vive solo di ricordi. L’importanza di questo lavoro sta proprio nel rappresentare Hollywood nel suo aspetto più triste, e di raccontare uno dei passaggi più difficili per il cinema, quello dal muto al sonoro. Nel film dei divi del muto fanno delle parti o delle comparse. Oltre alla protagonista Gloria Swanson, ha un ruolo come cameriere anche Erich von Stroheim (regista “maledetto” e sfortunato degli anni ’20) e, in una scena in cui gioca a carte, è presente persino Buster Keaton.href=”https://labaudiovideosdc.files.wordpress.com/2010/11/luisbunuelandbillywilder.jpg”>
Questi sono temi che il regista riaffronterà nel 1978 con “Fedora”, opera meno riuscita e più intricata, ma che risulta comunque il suo “film testamento”.
Un anno dopo, Wilder dirige un flop dal punto di vista commerciale, ma comunque uno dei suoi lavori più interessanti, “L’asso nella manica”, opera cinica su un giornalismo che fa della tragedia uno spettacolo.
Dopo queste pellicole, il regista firmerà soprattutto commedie, molte delle quali aventi come protagonista l’uomo medio americano, l’homo economicus, come scrive Fofi, l’uomo che vuole arrampicarsi socialmente ed economicamente, l’uomo che è in piena sintonia con i valori occidentali del capitalismo, anche quando non riesce a raggiungerli.
Tra questi tipi di film si possono certamente citare “Quando la moglie è in vacanza”, “Uno, due, tre!”, “Non per soldi, ma per denaro”, “Baciami, stupido”, “Prima pagina”, ecc.
Ma quello che forse risulta il capolavoro di questa serie è “L’appartamento” (1960), commedia amarissima sulla prostituzione, morale e materiale, che l’uomo e la donna medi fanno e/o subiscono per ascesa sociale, ingenuità, amore e false speranze.
Il regista nelle sue pellicole non se la prende soltanto con la società e i cittadini comuni, ma anche con altre categorie, quali giornalisti, politici e, in misura minore, psichiatri.
Da questa breve descrizione, sembra che Wilder sia un regista cinico con una pessima visione dell’umanità, ed è così solo in parte. Ad esempio, per Fofi, il regista è stato sì cinico e critico con l’uomo e la società americana, ma allo stesso tempo ne ha saputo cogliere «la delicatezza, tenerezza, solidarietà e dignità.». Basti pensare a “L’appartamento”, dove il protagonista, pur essendo per certi versi un personaggio negativo, riesce a stare simpatico allo spettatore, forse per l’ingenuità e la bonarietà della sua personalità.
Provate, ad esempio, a immaginare lo stesso soggetto in mano di Risi o Monicelli, e come protagonista, al posto di Lemmon, Alberto Sordi. Probabilmente, i toni sarebbero leggermente diversi, forse più severi, soprattutto con il protagonista, per il quale non avremmo avuto la stessa simpatia che proviamo per l’originale (spesso l’italiano medio di Sordi, pur comico, è antipatico e si tende a prenderne le distanze).
Wilder, però, non ha firmato solo commedie di questo tipo, ma anche di più leggere e romantiche, come “Sabrina” e “Arianna” con A. Hepburn, consapevolmente “debitrici” del cinema degli anni ’30, soprattutto a quello di Lubitsch.
La sua pellicola più celebre è probabilmente “A qualcuno piace caldo” (1959), commedia apparentemente meno graffiante sul lato sociale e umano, ma con un ritmo serrato, una sceneggiatura con dialoghi perfetti e un tris d’attori in piena forma, come J. Lemmon, T. Curtis e M. Monroe. La trama riguarda due musicisti di bassa lega che, per essere stati testimoni della strage di S. Valentino, vengono inseguiti da dei gangster. L’unico modo di scappare sarà quello di suonare in una banda femminile e, per questo, i due si dovranno travestire da donna.
Il tema della finzione e del travestimento è piuttosto ricorrente nel cinema di Wilder, fin dalle sue prime sceneggiature, basti pensare a “La signora di mezzanotte”, in cui una ragazza deve fingere di essere un’aristocratica. Per quanto riguarda film diretti da Wilder stesso si possono citare “Frutto proibito”, “I cinque segreti del deserto”, “Irma, la dolce” (in cui un poliziotto si maschera da cliente borghese di prostitute), “Testimone d’accusa” e, in un modo più sottile, “La fiamma del peccato” e “Non per soldi, ma per denaro”, in cui i protagonisti fingono dei mali per prendere soldi dalle assicurazioni.
Oltre a film drammatici e commedie, Wilder ha diretto una serie di pellicole intermedie, singolari nella sua carriera, alcune assai riuscite, altre meno. Si possono citare il giallo giudiziario “Testimone d’accusa”, il poliziesco “La vita privata di Sherlock Holmes” e “Stalag 17” (film a tratti spiritoso ambientato in un campo di prigionia nella seconda guerra mondaile).
Un caso del tutto a parte, risulta invece “L’aquila solitaria” con James Stewart, nel ruolo di un aviatore che realizza l’impresa record di volare da New York a Parigi in 33 ore e mezzo. Il film è lodevole perché si svolge per almeno metà nell’aeroplano, avente come unico attore Stewart.
L’ultimo film dell’autore, è “Buddy Buddy” (1981), commedia che riunisce la coppia Jack Lemmon e Walter Matthau.
In questa rassegna, abbiamo deciso di dividere la sezione drammatica da quella comica, perché riteniamo che, pur essendo più numerosa e famosa la seconda, entrambe abbiano molto valore, in quanto rappresentano in ugual misura lo stile e i temi cari a Billy Wilder.
Tra le pellicole drammatiche, abbiamo scelto, oltre “Viale del tramonto”, anche “Giorni perduti” e “L’asso nella manica”, film meno conosciuti, ma meritevoli di essere visti, perché tra i migliori del regista.

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