Wilder e la critica


«Billy Wilder sono io,
e lei perché non va farsi fottere?»

Nonostante oggi giorno sia considerato uno dei più grandi maestri del cinema Hollywoodiano, la sua grandezza odierna è frutto di una rivalutazione abbastanza recente. Infatti, benchè abbia lavorato per i grandi studios hollywoodiani molto più al lungo di altri suoi colleghi (a lui contemporanei), Wilder resta tuttavia una figura controversa all’interno della Hollywood dell’epoca soprattutto a causa della sua fama in perenne oscillazione; non è infatti un caso che i suoi film raramente incontrarono i favori sia del pubblico che della critica. Ne è un esempio perfetto Baciami, stupido, commedia di satira a sfondo sessuale, la cui comicità (di gran lunga al di là del gusto hollywoodyano di quei tempo) creò un vero e proprio scandalo, tanto da attirarsi le nette bocciature (nonché l’ira e il disprezzo) della critica tradizionale. Infatti «Wilder non solo viene visto come una reminescenza atavica dell’era degli studios ma è anche accusato di essere il simbolo di quel crollo di valori che ha travolto il vecchio establishment di Hollywood»;(Robert Sklar). E’ questo il principale motivo per cui la critica (anche alcune delle voci più influenti e rispettabili) si schiera con decisione contro i suoi film, accusandolo pubblicammente e bollando i suoi gusti come scandalosi e la sua ironia come cinismo; in una parola accusandolo di immoralità. In piena sintonia con queste pesanti critiche (wilder venne inizialmente disprezzato addirittura sulle colonne dei <>) anche nel testo fondamentale The American Cinema: Directors and Direction, 1929-1968 (1968) di Andrew Sarris, Wilder è relegato in una infima posizione di quinta categoria, tra quei registi in cui «c’è veramente poco da scoprire», generando così una sorta di atteggiamento fobico nei suoi confronti che si diffonderà tra i giovani cinefili dell’epoca. Sarebbe però riduttivo affermare che la bocciatura di Wilder risieda solamente in quel cinismo che gli è stato da ogni parte attribuito; cinismo che è ben reale «ma che è tuttavia quello dei grandi conoscitori della natura umana» (G. Fofi).

C’è infatti da notare un altro grande problema di fondo, legato strettamente all’esperienza di vita del regista stesso (alla sua bibliografia): La sua figura sembra essere marginale rispetto a molti altri illustri emigrati viennesi o berlinesi (Lubitsch, Lang), sia per quanto riguarda il suo ruolo nel mondo dello spettacolo Europeo sia in quello Hollywoodyano; marginalità che conferma la sensazione che il regista ,nonostante abbia cercato di adattarsi pienamente alla Way of life americana, ricopra quasi una scomodissima posizione di mezzo, perennemente sulla soglia di due mondi, di due universi. Ciò sembra avvalorato dal fatto che alcuni degli elementi più ricorrenti della sua opera siano il raggiro, la finzione, il travestimento, la truffa vera e propria. Ed infatti il bisogno di fingersi qualcun altro assume un ruolo di primo piano in tutti i suoi film. Non sorprende la sua predilizione ad avere dei collaboratori in sede di sceneggiatura, come non sorprende il fatto che Wilder stesso riconosca nel suo stile l’influenza di tre altri grandi maestri del cinema Hollywoodyano: primo fra tutti Ernst Lubitsch, per il suo inimitabile tocco, l’attenzione ai minimi particolari, le sue sofisticate allusioni e i raffinati indizi; Poi Howard Hawks, per il suo uso d’un registro filmico diretto e discreto fatto di campi medi, di corpi che si muovono negli spazi e di un mezzo (la macchina) di cui non bisogna avvertire la presenza; ed infine Erich von Stroheim con il suo realismo che non conosce compromessi. Alla luce di questo non stupisce più la difficoltà che la critica ha attraversato nel valutare una figura così complessa; in cui tutte le varie influenze (bibliografiche, registiche, in sede di sceneggiatura ecc…) si fondono per dare vita sullo schermo alla visione pessimistica di quel piccolo uomo che non ha mai smesso di amare la vita e tutte le sue imperfezioni e per questo ne è diventato svelatore.

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