LA FABBRICA E L’ARTE

LE ARTI E LE MACCHINE: L’ITALSIDER DA CALDER A CALVINO

Il rapporto tra mondo artistico e mondo industriale nella seconda metà del XX secolo nel nostro Paese è stato senza dubbio di qualità: nomi come Pasolini, Testori e Ottieni sono legati ad opere ambientate nel mondo operaio e proletario del secondo dopoguerra e del boom; Fortini e Volponi risentono invece dei mutamenti che l’avvento della modernità industriale ha prodotto nel quotidiano e nell’interiore, uno straniamento di cui a volte l’uomo è complice e altre volte vittima; il “gruppo 63″– con la dissoluzione del registro linguistico e semantico convenzionale – trasmette la straordinarietà, nel bene e nel male, di questa nuova fase socioculturale dominata da catene di montaggio, file di dipendenti in coda per timbrare il cartellino, alienazione, sgomento verso la tecnologia ecc.

In campo cinematografico, con documentari (spesso girati a inizio carriera da futuri grandi registi, come “La via del petrolio” di Bernardo Bertolucci o il girato per Edison di Ermanno Olmi), film politicamente impegnati sulle condizioni di vita di operai e dipendenti (si pensi alla Wertmuller) oltre che servizi giornalistici trasmessi in TV, si può cogliere il senso di quel periodo a volte rimpianto e a volte disprezzato della nostra storia.

Il mondo dell’arte pittorica e plastica, a partire dall’utilizzo massiccio di materiali “moderni” come le lastre di polipropilene combuste di Burri e lo sgargiante utilizzo degli acrilici nella pop art, si impossessò anch’essa della contemporaneità. Più interessante il caso di industrie che si sono impossessate di artisti.

SE L’ARTISTA E’ ASSUNTO COME UN OPERAIO

Tale desiderio – frutto di ragionate strategie di marketing che volevano fosse evidente che le istituzioni erano non solo vicine all’opinione pubblica, ma quasi a suo servizio – era di cercare di inserirsi il più possibile nel settore sociale e culturale della nazione come vero fattore propulsivo oltre all’aspetto economico. Per la prima volta nella storia italiana il concetto di “comunicazione” aziendale – ancora identificato con la mera propaganda – fece il suo ingresso nelle menti dei creativi stipendiati dalle grandi industrie come Italsider, Pirelli, Olivetti e FIAT; i risultati, per quanto riguarda Italsider, furono assai particolari: uno stuolo di artisti furono assoldati per lavorare negli stabilimenti con le maestranze (o comunque servendosi di esse) sfruttando il materiale stipato in magazzini e piazzali. Beverly Pepper a Piombino, Arnaldo Pomodoro a Lovere, Ettore Callo a Bagnoli, David Smith a Voltri; e poi ancora Eugenio Carmi, Lynn Chadwick, Nino Franchino a Cornigliano e Alexander Calder, Pietro Consagra, Carlo Lorenzetti a Savona.

Il Teodolapio, ancor oggi presente a Spoleto nella piazza della stazione ferroviaria.
Il Teodolapio, ancor oggi presente a Spoleto nella piazza della stazione ferroviaria.

Particolarmente gustosa risulta essere la testimonianza dell’artigiano savonese Romano Mirengo, di fatto il vero esecutore di una delle più grandi sculture mai realizzate al mondo: il Teodolapio. Realizzato su bozzetto di Calder a Savona, questo enorme animale stilizzato – quasi un dinosauro che oggi, consci di quanto accaduto, potremmo definire quasi un fossile di un mondo perduto per sempre – fu avventurosamente montato nel piazzale antistante alla stazione ferroviaria di Spoleto in occasione del “Festival dei due mondi” negli anni Sessanta e da allora lì giace come monito di un passato scomparso sia dalla realtà di tutti i giorni che dalla memoria degli italiani.

L’INVISIBILE ITALSIDER DI ITALO CALVINO

A principio degli anni Settanta, Italo Calvino (uno dei più stimati e celebrati scrittori italiani nel mondo) fu invitato dai vertici dell’Italsider a recarsi sulle terrazze della fortezza del Priamar per dare un’occhiata al lavoro in fabbrica dall’alto e poterne prendere spunto per un articolo sulla storia e sulle tradizioni della Provincia di Savona che gli era stato commissionato.

Per Calvino il savonese non era un territorio estraneo: originario di Sanremo, passò più di vent’anni della sua vita nel Ponente ligure prima di entrare a lavorare all’Einaudi e vedere stampato il primo romanzo: “Il sentiero dei nidi di ragno”. E alla sua Liguria dedicò diverse pagine delle sue opere (da alcuni racconti a “La speculazione edilizia”, dal “Barone Rampante” al “Visconte dimezzato”) oltre che saltuari interventi di tipo giornalistico o storico, come nel caso della collaborazione con Folco Quilici per il volume fotografico “Liguria” (e per il film-documentario “L’Italia vista dall’alto-Liguria” del 1973, prodotto da Esso Italiana).

L'Italsider dalla terrazza del Priamar: da qui Calvino contemplò lo stabilimento.
L’Italsider dalla terrazza del Priamar: da qui Calvino contemplò lo stabilimento.

«Sopra e sotto di me sono dirupi scoscesi. Mi trovo su un promontorio della costa, in un punto dove s’ apre uno slargo, una terrazza sul mare; in alto, sui dirupi, ci sono delle muraglie molto alte, biancogrigie, tutto in giro un sistema di fortificazioni, mezzo inghiottite dalle piante che crescono tra i muri e sui pezzi di prato: agavi grigie che divaricano al sole la corona delle lance, qualche basso fico che espande la sua cupola d’ ombra, contorcendosi fino a toccare terra con le foglie cariche di lattice. In basso, a picco sotto i muraglioni della fortezza, un cortile di fabbrica, dove vengono depositate delle sbarre di ferro, e un’ alta struttura con un ponte e una cabina sollevabile, tutto in ferro. Al di là comincia il mare che occupa tutto il resto del campo visuale: alto d’ orizzonte, con navi alla rada un po’ sfocate dalla foschia. In cielo volano i gabbiani».

La zona portuale negli anni Settanta: l'Italsider è in primo piano.
La zona portuale negli anni Settanta: l’Italsider è in primo piano.

Così scrisse Calvino nell’articolo “Savona: storia e natura”. La strenna dell’Italsider “Ferro rosso, terra verde” uscì nel 1974 e non è un caso che in questo così breve intervento ci siano evidenti richiami a uno dei suoi massimi capolavoro: “Le città invisibili”. Pubblicato nel 1972, sembra ancora pervadere le righe che trattano di Savona. Mentre getta l’occhio alle alture che svettano verso la Val Bormida, verso la rada di Vado ingombra di pontili e petroliere (e aggredita da ciminiere e cave), verso l’isola di Bergeggi e le propaggini del Malpasso di Capo Noli che sbarrano lo sguardo al Finalese sembra di avvertire, in sottofondo, un eco di città improbabili e meravigliose al contempo: là dove ci sono cantieri edilizi e impalcature sembra di entrare a Bauci (dove i cittadini non toccano mai terra, come Cosimo Piovasco di Rondò), immersi nel caos visivo di cartelli stradali indicanti fabbriche e banchine ci si ritrova a Tamara (un fitto involucro di segni) e tra i cumuli di rifiuti e le ingombranti masse dei bidoni della “rumenta” è inevitabile ripensare a Leonia (la città immondezzaio).

Così, grazie a Calvino, Savona e l’Italsider (città nella città) entrarono a far parte delle città invisibili: a tratti insediamenti reali, a tratti frutto della fantasia.

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