ILVA – OPERAI CITTADINI

Le origini della Savona operaia si collegano con le fabbriche del territorio di fine ottocento, a partire dall’Ilva, con il nome di Tardy & Benech. Ed è da quell’epoca che, andando avanti, la città della Torretta si meriterà l’appellativo di “Città operaia” e “Città rossa”.

Siamo nell’anno dell’Unità d’Italia, il 1861, quando viene fondato lo stabilimento metallurgico dai fratelli Tardy d’ Annecy, in società con il maestro di officina Stefano Benech, che costruiscono la fabbrica nei pressi di un molo del porto. Si comprende presto la bontà dell’investimento dai numeri: dopo pochi anni di vita la fabbrica impiegava circa 600 operai, arrivati a 700 nel 1875. Dominano la lavorazione del ferro e della ghisa, che procede a gonfie vele grazie all’accordo stipulato con la Società ferroviaria Alta Italia e all’uso, come materie prime, di vecchi cannoni e proiettili e dalla demolizione di navi. Tra i vari reparti sono da ricordare l’officina meccanica in grado di costruire qualsiasi macchinario e la fonderia che poteva produrre in un solo getto pezzi di 25 tonnellate.

Un trionfo della siderurgia che, sin dai primi anni, si intreccia con la vita e la storia di Savona. «L’Ilva ha avuto un peso storico sulla città– spiega Augusta Molinari, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Genova – contribuendo al mito fondante di “città operaia” e “città rossa”. Mito che trova le sue fondamenta soprattutto nell’Ilva, ai tempi Tardy & Benech». Già da fine ‘800 la fabbrica del porto viene inserita nel grande trust della Terni con un fiorire economico notevole e, di conseguenza, con un boom di operai. «Le tecnologie sono parecchio avanzate – dice la Molinari – per cui gli operai richiesti non sono specializzati bensì facilmente sostituibili. Gli operai specializzati lavorano altrove sviluppando un senso di appartenenza di classe». Savona, grazie al peso dell’Ilva, ha un’impennata economica tanto da meritare l’appellativo di “Piccola Manchester”. «Nasce il cosiddetto proletariato industriale – dice la Molinari – e nel 1911 il censimento ci dice che su circa 10 mila famiglie residenti più di 6.500 sono composte da operai. Ma non mancano le connotazioni negative. Cresce, infatti, il numero di incidenti sul lavoro, tanto che nel primo numero del Novecento del giornale socialista Il Diritto verrà istituita una rubrica dal titolo “La galera dell’Ilva” con denunce sulle condizioni di vita e di sicurezza degli operai». La risposta è una: sciopero. «Siamo nel 1850 – spiega lo storico Giuseppe Milazzo – quando a Savona nasce la prima sezione del Partito Operaio Italiano, in via Pia, caratterizzato da una bandiera rossa e nera. I capi sono due anarchici. Nel 1888 anno si verifica il primo, grande sciopero savonese. La durata è di una settimana, poi si torna al lavoro. La crisi, però, è dietro l’angolo e il fallimento di tre famiglie di bancari si trascina licenziamenti alla Tardy e Benech». La tensione è alta, la situazione esplosiva, sino al fallimento. Gli operai non se ne stanno e il 31 maggio 1891 da una piccola rissa in un locale di via Pietro Giuria si scatena una vera guerriglia. Sono “I Tre giorni di Savona” con battaglie tra popolazione e carabinieri, sino all’arrivo di rinforzi da Genova e poi gli arresti.

Ma qualcosa era cambiato nella coscienza dei lavoratori. Siamo all’inizio del Novecento: si sviluppano le organizzazioni socialiste che poi aderiranno al Partito comunista. Gli operai si formano una coscienza politica. Savona sta scegliendo la propria strada che si esprimerà appieno qualche decennio successivo, con l’antifascismo.

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