Archivi categoria: L’ETA’ DEL FERRO

ALFABETO CAMALLO, noi eravamo tutto

Alfabeto Camallo, terzo documentario dopo L’Età del Ferro e Memoria
Fossile, chiude idealmente la serie documentaria iniziata a partire dalla
raccolta di testimonianze orali La Fabbrica e la Città Porto.

Questo archivio di memorie audiovisive, realizzato dal Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton, ripercorre oltre 150 anni di storia savonese attraverso le voci di chi ha vissuto e studiato la Fabbrica dell’ILVA e la Compagnia Portuale Pippo Rebagliati.
Quasi cento testimonianze, decine di filmati, tutti pubblicati online sul canale youtube del Laboratorio Buster Keaton.

 

L’ILVA e il porto sono stati senza dubbio i luoghi principali del lavoro di
massa della città di Savona nel ‘900, centri di gravità di un territorio per
oltre un secolo. Inevitabilmente, sono due luoghi che ci permettono di
evidenziare la personalità e il carattere di questa città, che da essi è stata fortemente segnata. In positivo e in negativo, nella buona e nella cattiva sorte.

Attraverso le voci di decine di testimoni, di immagini, filmati di archivio e di riprese girate oggi entriamo nel cuore del porto di Savona, scoprendo un ambiente di lavoro e di vita che resta generalmente celato ai più, oltre i confini della dogana portuale. Il porto rappresenta la porta di accesso della città al Mediterraneo, e i camalli sono i custodi dei suoi segreti.

Il film è dedicato al lavoro di Angelino De Rosas, che ha ripreso il porto di Savona con la sua macchina da presa Super8 oltre 50 anni fa e ci ha lasciato una memoria in immagini di inestimabile valore.

Il Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton ha sede al Campus Universitario di Savona presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Genova.
Il film è stato coprodotto dalla Associazione Culturale Geronimo Carbonò e da gargagnànfilm, e realizzato grazie al contributo di Fondazione de Mari,
Compagnia Unica Lavoratori Portuali Pippo Rebagliati, CRAL Pippo Rebagliati e Gruppo Ormeggiatori del Porto di Savona e della Rada di Vado Ligure.

Alfabeto Camallo, noi eravamo tutto
Un film di Diego Scarponi
Riprese di Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo
Montaggio di Lorenzo Martellacci
Ricerche di Andrea Corsiglia
Filmati di archivio di Angelino de Rosas, Pino Cirone e Cineteca di Bologna
Illustrazioni Walter Morando e Alex Raso
Voce off di Alexandra Almosnino e Flavio Isopo
Musiche Piero Ponzo e Olmo Martellacci
Sound design Jan Maio
Prodotto da Associazione Culturale Geronimo Carbonò, Laboratorio Audiovisivi
Buster Keaton, gargagnànfilm
Realizzato con il contributo di Fondazione de Mari, Compagnia Unica Lavoratori
Portuali Pippo Rebagliati, CRAL Pippo Rebagliati e Gruppo Ormeggiatori del
Porto di Savona e della Rada di Vado Ligure
Con il sostegno di Università di Genova, Corso di Laurea in Scienze della
Comunicazione
Evento realizzato con il patrocinio del Comune di Savona
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MEMORIA FOSSILE

Siamo di fronte ad una civiltà del passato, estinta. Ciò che rimane di questa civiltà, che viveva di ferro e di fuoco, è una città, o meglio i suoi resti. Per rintracciare le prove della sua esistenza, abbiamo solo le tracce che questa civiltà ha lasciato dietro di se. Immagini, testimonianze, suoni, che sono – inevitabilmente – reperti stratificati di un mondo che è scomparso.

 

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Un film di Diego Scarponi prodotto da gargagnànfilm e Geronimo Carbonò realizzata grazie al contributo di Fondazione De Mari e al sostegno di Università degli Studi di Genova, Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione.

 

LA FORMA DELLA CITTA’

LA CITTA’ E LA SUA FORMA: SCELTE URBANISTICHE E OCCASIONI PERDUTE

La forma di una città è un continuo work in progress: ogni epoca, perfino ogni decennio aggiunge all’assetto precedente un qualcosa di nuovo, lo arricchisce di un piccolo o grande tassello di realtà che nel giro di poche generazioni diventa Storia.

L’unico modo per rendersi conto di tutto ciò in maniera concreta non è tanto – o almeno non è solo – guardare con occhi attenti la città di oggi, ma lasciarsi stupire da vecchie fotografie e immagini filmiche.

Ecco allora che, così facendo, appaiono evidenti le linee guida di una certa epoca ad esempio sul piano sanitario e ideologico. Infatti l’Urbanistica non è una disciplina lontana dal quotidiano: ne è anzi più che mai la base e il riassunto delle posizioni assunte dall’autorità del momento per comunicare uno stile, una condotta esistenziale. La forma di una città caratterizza e plasma il modo di vivere – perfino il carattere – di chi vi abita.

E Savona, che città è o è stata per i savonesi? La presenza delle fabbriche ha influito inevitabilmente, così come la loro scomparsa, sulle scelte istituzionali di riconversione e riqualificazione territoriale. Da città medievale e post-rinascimentale ha dovuto in fretta guadagnare terreno verso un più conveniente modo di razionalizzare gli spazi. E in questo caso “guadagnare terreno” non è un semplice modo di dire: demolizioni (lo sventramento dell’antico quartiere per dare vita a Via Paleocapa ad esempio) e nuove edificazioni (il quartiere operaio di Villapiana) contraddistinsero gli ultimi anni del XIX secolo.

Eppure oggi Savona sembra una città divisa in due, spezzata quasi, senza un vero centro città: il boom edilizio degli anni Sessanta e Settanta ha trasformato l’oltreletimbro ma ha sostanzialmente lasciato intatto il centro. Ma in verità qualcosa nel centro è cambiato da cento anni a questa parte: un intero quartiere e tutta la calata a mare è scomparsa. Perché?

Parte del quartiere dei Cassari prospiciente il vecchio ospedale.
Parte del quartiere dei Cassari prospiciente il vecchio ospedale.

Il quartiere dei Cassari era un popoloso agglomerato che si affacciava in parte su piazza Giulio II, piazza Cavallotti e rasentava la cattedrale. Percorso da alcuni caratteristici carruggi era sede di diverse attività quali forni, negozi artigiani (“cassari”, vale a dire falegnami, dovevano essere i più presenti nei secolo passati, tanto da ribattezzare il nucleo abitato) e perfino case chiuse. Lo scultore Antonio Brilla vi aveva dimora e il suo palazzo fu infatti appositamente riaddobbato, nella facciata, con diverse sculture. Certo, come in altre città, dai bassi giungevano spesso effluvi di stantio e l’umidità imperversava negli appartamenti e nei locali al pianterreno… ma non era certo un problema di ordine sanitario. E invece, in perfetta linea con la filosofia fascista del tempo (che con la scusa di “riqualificare” e “sanare” il centro storico di Roma dava il via a demolizioni incontrollate per far posto a Via dei Fori Imperiali e altri slarghi per adunate oceaniche) si diede il via alle demolizioni. Il piccone, nel giro di pochi mesi, sfrattati abitanti ed esercenti, cancellò dalla faccia della terra il quartiere dei Cassari.

La casa dello scultore Antonio Brilla è l'ultimo edificio ad essere demolito.
La casa dello scultore Antonio Brilla è l’ultimo edificio ad essere demolito.
La guerra impedì la realizzazione di un edificio governativo progettato dall'architetto Campora.
La guerra impedì la realizzazione di un edificio governativo progettato dall’architetto Campora.
Al posto del quartiere... un grande slargo per il mercato.
Al posto del quartiere… un grande slargo per il mercato.
Anni Cinquanta: si progetta il nuovo quartiere residenziale al posto dei pubblici uffici.
Anni Cinquanta: si progetta il nuovo quartiere residenziale al posto dei pubblici uffici.
Anni Sessanta: il nuovo volto dei Cassari.
Anni Sessanta: il nuovo volto dei Cassari.

Ovviamente le polemiche furono molte, ma vista la censura non si ebbe modo di rendere democraticamente discutibile l’irrevocabile decisione. Al suo posto sarebbe dovuto sorgere un palazzo governativo, un edificio in stile razionalista dell’architetto Luciano Campora. Ma poi, anche a causa dello scoppio della guerra, nulla si fece. Rimase solo una grande piazza in cui venne allestito il mercato. Soltanto negli anni Cinquanta-Sessanta si decise di riqualificare l’area costruendovi una scuola e una palazzina.

Pochi metri verso mare invece, proprio lungo la carrozzabile, il quartiere della darsena – ricco di edifici storici – subì sorte peggiore. Dopo aver sopportato pesanti bombardamenti nel corso della guerra che sventrarono gli edifici e causarono centinaia di morti e feriti, negli anni della ricostruzione furono sbrigativamente rasi al suolo: in verità si sarebbe potuto avviare un piano di ricostruzione e restauro, in quanto non tutti gli edifici risultavano compromessi irrimediabilmente, ma la fame, il bisogno primario di far lavorare l’ingente massa di disoccupati convinse l’amministrazione comunale del dopoguerra ad avallare l’ipotesi di demolizione. Come sarebbe stato il volto di Savona se quella zona fosse stata preservata è un mistero: ma proprio da quella scelta (e dalla successiva ricostruzione con palazzine convenzionali di scarso impatto estetico) probabilmente ha preso il via il grande piano di espansione edilizia degli ultimi cinquant’anni.

Piazza delle Erbe, tra la Torre del Brandale e via Gramsci.
Piazza delle Erbe, tra la Torre del Brandale e via Gramsci.
Piazza delle Erbe in procinto di essere demolita.
Piazza delle Erbe in procinto di essere demolita.
Demolizione del quartiere lungo Via Gramsci (anni '50).
Demolizione del quartiere lungo Via Gramsci (anni ’50).
Lo spettrale aspetto del borgo medievale dopo i bombardamenti.
Lo spettrale aspetto del borgo medievale dopo i bombardamenti.
Anni '50: uno nuovo aspetto… più convenzionale.
Anni ’50: uno nuovo aspetto… più convenzionale.
Il Brandale e le due torri superstiti: prima della guerra qui c'era un fitto intrico di vicoli e un corposo agglomerato di case.
Il Brandale e le due torri superstiti: prima della guerra qui c’era un fitto intrico di vicoli e un corposo agglomerato di case.

LA FABBRICA E L’ARTE

LE ARTI E LE MACCHINE: L’ITALSIDER DA CALDER A CALVINO

Il rapporto tra mondo artistico e mondo industriale nella seconda metà del XX secolo nel nostro Paese è stato senza dubbio di qualità: nomi come Pasolini, Testori e Ottieni sono legati ad opere ambientate nel mondo operaio e proletario del secondo dopoguerra e del boom; Fortini e Volponi risentono invece dei mutamenti che l’avvento della modernità industriale ha prodotto nel quotidiano e nell’interiore, uno straniamento di cui a volte l’uomo è complice e altre volte vittima; il “gruppo 63″– con la dissoluzione del registro linguistico e semantico convenzionale – trasmette la straordinarietà, nel bene e nel male, di questa nuova fase socioculturale dominata da catene di montaggio, file di dipendenti in coda per timbrare il cartellino, alienazione, sgomento verso la tecnologia ecc.

In campo cinematografico, con documentari (spesso girati a inizio carriera da futuri grandi registi, come “La via del petrolio” di Bernardo Bertolucci o il girato per Edison di Ermanno Olmi), film politicamente impegnati sulle condizioni di vita di operai e dipendenti (si pensi alla Wertmuller) oltre che servizi giornalistici trasmessi in TV, si può cogliere il senso di quel periodo a volte rimpianto e a volte disprezzato della nostra storia.

Il mondo dell’arte pittorica e plastica, a partire dall’utilizzo massiccio di materiali “moderni” come le lastre di polipropilene combuste di Burri e lo sgargiante utilizzo degli acrilici nella pop art, si impossessò anch’essa della contemporaneità. Più interessante il caso di industrie che si sono impossessate di artisti.

SE L’ARTISTA E’ ASSUNTO COME UN OPERAIO

Tale desiderio – frutto di ragionate strategie di marketing che volevano fosse evidente che le istituzioni erano non solo vicine all’opinione pubblica, ma quasi a suo servizio – era di cercare di inserirsi il più possibile nel settore sociale e culturale della nazione come vero fattore propulsivo oltre all’aspetto economico. Per la prima volta nella storia italiana il concetto di “comunicazione” aziendale – ancora identificato con la mera propaganda – fece il suo ingresso nelle menti dei creativi stipendiati dalle grandi industrie come Italsider, Pirelli, Olivetti e FIAT; i risultati, per quanto riguarda Italsider, furono assai particolari: uno stuolo di artisti furono assoldati per lavorare negli stabilimenti con le maestranze (o comunque servendosi di esse) sfruttando il materiale stipato in magazzini e piazzali. Beverly Pepper a Piombino, Arnaldo Pomodoro a Lovere, Ettore Callo a Bagnoli, David Smith a Voltri; e poi ancora Eugenio Carmi, Lynn Chadwick, Nino Franchino a Cornigliano e Alexander Calder, Pietro Consagra, Carlo Lorenzetti a Savona.

Il Teodolapio, ancor oggi presente a Spoleto nella piazza della stazione ferroviaria.
Il Teodolapio, ancor oggi presente a Spoleto nella piazza della stazione ferroviaria.

Particolarmente gustosa risulta essere la testimonianza dell’artigiano savonese Romano Mirengo, di fatto il vero esecutore di una delle più grandi sculture mai realizzate al mondo: il Teodolapio. Realizzato su bozzetto di Calder a Savona, questo enorme animale stilizzato – quasi un dinosauro che oggi, consci di quanto accaduto, potremmo definire quasi un fossile di un mondo perduto per sempre – fu avventurosamente montato nel piazzale antistante alla stazione ferroviaria di Spoleto in occasione del “Festival dei due mondi” negli anni Sessanta e da allora lì giace come monito di un passato scomparso sia dalla realtà di tutti i giorni che dalla memoria degli italiani.

L’INVISIBILE ITALSIDER DI ITALO CALVINO

A principio degli anni Settanta, Italo Calvino (uno dei più stimati e celebrati scrittori italiani nel mondo) fu invitato dai vertici dell’Italsider a recarsi sulle terrazze della fortezza del Priamar per dare un’occhiata al lavoro in fabbrica dall’alto e poterne prendere spunto per un articolo sulla storia e sulle tradizioni della Provincia di Savona che gli era stato commissionato.

Per Calvino il savonese non era un territorio estraneo: originario di Sanremo, passò più di vent’anni della sua vita nel Ponente ligure prima di entrare a lavorare all’Einaudi e vedere stampato il primo romanzo: “Il sentiero dei nidi di ragno”. E alla sua Liguria dedicò diverse pagine delle sue opere (da alcuni racconti a “La speculazione edilizia”, dal “Barone Rampante” al “Visconte dimezzato”) oltre che saltuari interventi di tipo giornalistico o storico, come nel caso della collaborazione con Folco Quilici per il volume fotografico “Liguria” (e per il film-documentario “L’Italia vista dall’alto-Liguria” del 1973, prodotto da Esso Italiana).

L'Italsider dalla terrazza del Priamar: da qui Calvino contemplò lo stabilimento.
L’Italsider dalla terrazza del Priamar: da qui Calvino contemplò lo stabilimento.

«Sopra e sotto di me sono dirupi scoscesi. Mi trovo su un promontorio della costa, in un punto dove s’ apre uno slargo, una terrazza sul mare; in alto, sui dirupi, ci sono delle muraglie molto alte, biancogrigie, tutto in giro un sistema di fortificazioni, mezzo inghiottite dalle piante che crescono tra i muri e sui pezzi di prato: agavi grigie che divaricano al sole la corona delle lance, qualche basso fico che espande la sua cupola d’ ombra, contorcendosi fino a toccare terra con le foglie cariche di lattice. In basso, a picco sotto i muraglioni della fortezza, un cortile di fabbrica, dove vengono depositate delle sbarre di ferro, e un’ alta struttura con un ponte e una cabina sollevabile, tutto in ferro. Al di là comincia il mare che occupa tutto il resto del campo visuale: alto d’ orizzonte, con navi alla rada un po’ sfocate dalla foschia. In cielo volano i gabbiani».

La zona portuale negli anni Settanta: l'Italsider è in primo piano.
La zona portuale negli anni Settanta: l’Italsider è in primo piano.

Così scrisse Calvino nell’articolo “Savona: storia e natura”. La strenna dell’Italsider “Ferro rosso, terra verde” uscì nel 1974 e non è un caso che in questo così breve intervento ci siano evidenti richiami a uno dei suoi massimi capolavoro: “Le città invisibili”. Pubblicato nel 1972, sembra ancora pervadere le righe che trattano di Savona. Mentre getta l’occhio alle alture che svettano verso la Val Bormida, verso la rada di Vado ingombra di pontili e petroliere (e aggredita da ciminiere e cave), verso l’isola di Bergeggi e le propaggini del Malpasso di Capo Noli che sbarrano lo sguardo al Finalese sembra di avvertire, in sottofondo, un eco di città improbabili e meravigliose al contempo: là dove ci sono cantieri edilizi e impalcature sembra di entrare a Bauci (dove i cittadini non toccano mai terra, come Cosimo Piovasco di Rondò), immersi nel caos visivo di cartelli stradali indicanti fabbriche e banchine ci si ritrova a Tamara (un fitto involucro di segni) e tra i cumuli di rifiuti e le ingombranti masse dei bidoni della “rumenta” è inevitabile ripensare a Leonia (la città immondezzaio).

Così, grazie a Calvino, Savona e l’Italsider (città nella città) entrarono a far parte delle città invisibili: a tratti insediamenti reali, a tratti frutto della fantasia.

LE BOMBE A SAVONA

IL NOVEMBRE DI SANGUE: SAVONA E IL TERRORISMO STRAGISTA

Un’esplosione. Vetri che si infrangono, finestre che cedono, avvolgibili che prendono il volo, mobili proiettati sull’asfalto macchiato di nerofumo. Fiamme, odore di polvere da sparo. Urla. Sirene di autoambulanze. Grida. Sangue.

Questo è ciò che accadde a Savona tra il 1974 e il 1975. Per un anno i savonesi vissero nel terrore.

COME IN GUERRA: IL NEMICO PUO’ ESSERE OVUNQUE

Gli eventi che in particolare scossero la nostra città nel novembre 1974 non si possono considerare come fatti esclusivamente di interesse locale. Perché le “bombe di Savona” (e “Le bombe di Savona” si chiama infatti il libro di Massimo Macciò che ricostruisce gli eventi di quella sanguinosa stagione), sono un unicum nel panorama della strategia della tensione che interessò i plumbei anni Settanta in Italia.

Tutto incominciò con un’esplosione in Via Paleocapa, nel portone del palazzo in cui abitava il senatore Franco Varaldo (Democrazia Cristiana): era l’aprile 1974. Ad agosto alcuni ignoti lanciarono due esplosivi al plastico nei pressi dei trasformatori elettrici della neo-costruita centrale termoelettrica di Vado Ligure: l’attentato fallì. Ma nessuno comprese che non si trattava di gesti isolati almeno fino a novembre, quando cioè in città deflagrarono una decina di ordigni che provocarono morti e feriti. Si rischiò la strage quando le bombe scoppiarono alle scuole Guidobono pochi minuti dopo che era finita una riunione, al palazzo della Provincia, sul viadotto ferroviario presso il Santuario, sul viadotto autostradale della Savona-Torino… e furono anche colpiti condomini e case private.

Grande sciopero nel centro di Savona negli anni Settanta.
Grande sciopero nel centro di Savona negli anni Settanta.

All’inizio del 1975 ancora esplosioni: una colpì un traliccio dell’Enel alla Madonna degli Angeli (lasciando al buio la FIAT di Vado e la Sarpom di Quiliano) e un’altra la fortezza di Monte Ciuto (edificio di rispetto e pellegrinaggio perché luogo di martirio di alcuni partigiani).

Con il tempo si profilò l’ipotesi inquietante che Savona, in quanto zoccolo duro della Sinistra a causa della sua forte matrice operaia e antifascista (nonché città di Sandro Pertini), fosse stata scelta dagli estremisti di Destra come “città laboratorio” per testare la reazione di una popolazione così politicizzata di fronte a una situazione tale di stress psicologico.

Sandro Pertini in visita alle scuole Guidobono pochi giorni dopo l'attentato terroristico.
Sandro Pertini in visita alle scuole Guidobono pochi giorni dopo l’attentato terroristico.

La psicosi dilagò, ma il panico non vinse. I cortei spontanei (circa 30.000 persone assistettero a un comizio antifascista in Piazza Saffi, come documentato da un servizio RAI trasmesso allora dal rotocalco Tv7), le “ronde” improvvisate dai ragazzi delle scuole, da semplici cittadini nei quartieri, dagli operai delle fabbriche attorno agli stabilimenti, spezzarono questo tentativo eversivo. L’esperimento fallì. La gente non si chiuse in casa terrorizzata, ma uscì fuori. E tra i più agguerriti in campo contro i terroristi ci furono proprio i dipendenti dell’Italsider, che fecero di tutto per portare avanti le pratiche legale atte a ricercare un colpevole.

SDEGNO UNANIME E SGOMENTO MA NESSUNO HA INCHIODATO I RESPONSABILI

Non vi è un caso simile da nessun altra parte in Europa. Qualcuno sostiene che nemmeno la Belfast degli anni Ottanta-Novanta è paragonabile al novembre di sangue di Savona per intensità degli attacchi.

La reazione determinante della popolazione savonese a 40 anni di distanza offusca però il tentativo di ricostruire le dinamiche terroristiche. Il processo è naufragato e nessuna forza politica sembra impegnarsi per riaprire il caso.

Negli anni infatti le indagini giudiziarie non approdarono a nulla. Nessun colpevole. Ma se la Giustizia era ed è impossibilitata a ricercare i responsabili per mancanza di prove certe, la Storia ha altri modi di assolvere o condannare. Alla verità storica infatti non si arriva necessariamente seguendo piste, pedinando sospetti, esaminando reperti o confrontando impronte digitali.

Scuole Guidobono: le autorità e le forze dell'ordine sul luogo dell'esplosione.
Scuole Guidobono: le autorità e le forze dell’ordine sul luogo dell’esplosione.
Il palazzo di Via Giacchero sventrato dall'esplosione che uccise Fanny Dallari.
Il palazzo di Via Giacchero sventrato dall’esplosione che uccise Fanny Dallari.
I pompieri evacuano gli inquilini del palazzo di Via Giacchero.
I pompieri evacuano gli inquilini del palazzo di Via Giacchero.
I primi soccorsi in Via Giacchero.
I primi soccorsi in Via Giacchero.

La Storia analizza se stessa. Ecco così che i tentativi di colpo di stato, l’organizzazione segreta Gladio, gli scandali politici che hanno coinvolto la città agli inizi degli anni Ottanta, finanche il caso della loggia massonica P2 non vengono interpretati come elementi indipendenti di diverse fasi del decorso storico, ma un unico sostrato in cui indagare pazientemente, come archeologi tra i sedimenti; un sostrato in cui le sorti di queste vicende si sono intersecate le une alle altre. Un’interessante, quanto poco conosciuta, ricostruzione di questo tipo fu scritta dall’avvocato Carlo Trivelloni nel 1983 con l’emblematico titolo “La loggia P2 e le bombe di Savona”.

Corteo antifiascista durante la visita di Sandro Pertini.
Corteo antifiascista durante la visita di Sandro Pertini.
Pertini nella "sua" Savona, accolto calorosamente dalla folla.
Pertini nella “sua” Savona, accolto calorosamente dalla folla.
Vecchio Ospedale San Paolo: Pertini in visita a un ferito.
Vecchio Ospedale San Paolo: Pertini in visita a un ferito.
Vecchio Ospedale San Paolo: Pertini conforta un ferito grave.
Vecchio Ospedale San Paolo: Pertini conforta un ferito grave.

La presenza di Edgardo Sogno in latitanza a Savona in seguito al suo tentativo di colpo di stato (il cosiddetto “golpe bianco”), la presenza di una forte concentrazione di poteri forti che nel 1983 si sarebbe palesata con lo scandalo giudiziario che coinvolse Alberto Teardo (capo Psi di Savona e Presidente della Regione Liguria) considerato un prequel della futura Tangentopoli, l’esistenza di una base militare USA a Pian dei Corsi, sulle alture di Calice Ligure, che secondo alcune illazioni conservava nelle sue viscere di cemento armato testate nucleari, tutto ciò alimentò e alimenta il mito di intrighi inquietanti a scapito dei cittadini-cavie.

UNA CITTA’ TENACE MA DALLA MEMORIA CORTA

Un triste primato, quello di Savona, che però la cittadinanza non sembra ricordare. E non solo e non tanto le giovani generazioni, quanto tutti coloro che superati gli “anta” da qualche tempo hanno vissuto sì la giovinezza tra gli scioperi, le contestazioni, i cortei e i fumogeni ma che di fatto non sono stati coinvolti più di tanto dal dramma. Tutto è poi scivolato via dalla memoria, travolto dall’onda emotiva dei fatti della vita di tutti i giorni.

Di tutto l’orrore di quei giorni è rimasta solo una stele, conficcata in un’aiuola compresa tra Via XX Settembre e Corso Tardy e Benech, a ricordare l’anziana Fanny Dallari, unica vittima degli attentati, perita all’ospedale dopo essere stata coinvolta nell’esplosione di Via Giacchero.

150 ANNI DI STORIA

XIX SECOLO: IL FUTURO ARRIVA DA OLTRALPE

Da ferriera ad azienda leader del settore: ascesa e caduta della “Tardy e Benech”

Quando nel dicembre 1861 nacque la “Tardy e Benech” le produzioni di tipo industriale di Savona – se così si vogliono chiamare le attività del panorama artigianale del tempo – erano costituite quasi totalmente dal comparto alimentare (coltivazioni sia di ortaggi che di frutti, tra i quali si annoveravano i pregiatissimi chinotti che da soli costituivano la principale risorsa per attività quali rivendite di bibite e lavorazioni dolciarie, il pastificio “Cristoforo Astengo” e la fabbrica di canditi “Silvestre-Allemand”), dalla secolare lavorazione della terracotta (non solo nelle Albisole, ma in tutta l’area costiera compresa tra Capo San Donato e Capo Vado sorgevano fornaci per la cuocitura di “pignatte” e altri fittili) e massimamente da tutte quelle attività che si ricollegavano al mare: pesca, commercio, cantieristica. Per quanto riguarda le industrie con un ceto numero di maestranze, in pochi ettari di territorio esistevano: le fonderie in ghisa “Borniquez e Bartoli” e “Astengo e Zanelli”, lo stabilimento per laminari e ferramenta “Galopin Sue & Jacob” e la vetreria Viglienzoni.

Fu proprio grazie alla spinta imprenditoriale inaugurata dai soci della nuova fucina industriale se nel giro di pochi anni il volto urbanistico e sociale di Savona cambiò radicalmente: la conseguenza più importante dell’impianto del nuovo sito fu senz’altro l’arrivo della ferrovia (linea Voltri-Savona) nel 1868, vera spinta motrice del cambiamento economico dell’interland savonese, che di lì a poco si sarebbe prolungata fino a toccare le principali città costiere ponentine sostenendo ed incrementando anche un altro fondamentale comparto per la terra ligure: il turismo.

La "ferriera" Tardy e Benech (seconda metà XIX secolo)
La “ferriera” Tardy e Benech (seconda metà XIX secolo)

Si trattava certamente ancora di una ferriera, ma la presenza in società dei lungimiranti fratelli Giuseppe e Evaristo Tardy d’Annecy, oltre che di Stefano Benech (questi ultimi ingegneri che nel loro curriculum potevano annoverare progetti per macchine vapore ultima generazione impiegate nelle regioni del Nord ancora di dominio austroungarico), faceva presupporre un non lontano sviluppo avveniristico dell’attività. Non solo: la fabbrica stessa fu il punto di partenza per uno sviluppo locale dell’industria senza precedenti. Attratti dall’intraprendenza dei compatrioti, a Savona giunsero – in seguito ai tumulti che scossero la Francia a principio degli anni Settanta del XIX secolo – altre personalità di primo piano che intendevano fare fortuna in questa fetta ancora vergine di Provincia di Genova (la Provincia di Savona era stata soppressa nel 1859 e tornerà ad esistere solo nel 1926), come l’ingegnere Johannes Servettaz (inizialmente dipendente della Tardy che però nel 1880 fondò la sua “Servettaz & Basevi”) o Paul Michallet che, assieme a Clement Mathon, fondò a Vado la “Michallet & C.” per gres e porcellane per sanitari, vero inizio del boom industriale vadese.

Al momento dell’avvio della produzione in un’area del porto, nel 1862, la fabbrica contava 250 operai; arrivarono a quota 600 nel 1868, di pari passo all’ampliamento della struttura. Per i primi anni il lavoro consistette sostanzialmente nella saldatura di ferraglia che perveniva nello stabilimento sotto forma di rottami (ferro e ghisa arrivavano da cannoni e proiettili in disuso oltre che da navi in demolizione) e che, grazie ai forni (cubilots per la fusione della ghisa e forni a riverbero per la fucinatura), da laminati diventavano poutrelles.

La Tardy e Benech si espande (fine XIX secolo).
La Tardy e Benech si espande (fine XIX secolo).

Ma nel momento in cui l’area portuale iniziò sensibilmente ad espandersi, la “Tardy e Benech” risultò di intralcio; fu così necessario concederle una vasta area di 22.000 metri quadrati (poi diventati 27.400) tra la Fortezza del Priamar (da poco non più sotto vincolo Regio) e il molo Sant’Erasmo, a sud del tracciato ferroviario che soddisfava le esigenze portuali. Era il 1879 ed entro il 1882 la nuova versione dell’impianto fu ultimata, con ammodernamenti ulteriori ancora fino al 1884 (tra i quali si ricordano l’acciaieria dotata di forni Martin, allora novità quasi assoluta nel panorama regionale e non solo). All’epoca a Savona si produceva 1/3 della produzione nazionale di ferro e acciaio. Fino a questo momento la “Tardy e Benech” produceva sia barre di ferro “pacchetto” che altri manufatti di grande importanza quali tettoie, barche in metallo per l’escavazione dei bacini portuali e ponti (tra i quali si annoverano quelli per la linea ferroviaria fino al confine francese).

Cartolina d'epoca che sponsorizza i collegamenti ferroviari con Savona: la nascita dei trasporti ferroviari contribuì allo sviluppo economico, sociale ed industriale del savonese.
Cartolina d’epoca che sponsorizza i collegamenti ferroviari con Savona: la nascita dei trasporti ferroviari contribuì allo sviluppo economico, sociale ed industriale del savonese.

Tuttavia l’epoca della floridezza non durò a lungo: nel 1885 fu necessario l’aiuto finanziario del banco Ponzone & Astengo (mentre risultava già fortemente indebitata con la Banca Nazionale), che investì in valori industriali e contribuì ad aumentarne il capitale, per dare ossigeno a quella che nel frattempo venne ribattezzata, mutata la ragione sociale, “Società Anonima Metallurgica Tardy e Benech”. Come se non bastasse, nel 1887 fu necessario l’intervento della tedesca Bochumer Verein (“Verein fur Guss – Stahl Fabrikation” di Bochum, tra le maggiori industrie siderurgiche del mondo germanico) che entrò a far parte del capitale societario e l’impianto – ora esteso per circa 77.000 metri quadrati – poteva ora vantare una produzione giornaliera di 500 tonnellate di lingotti d’acciaio; in poco tempo le vicissitudini del panorama politico-economico nazionale (che non richiedeva più commesse e riversava in una condizione finanziaria assai precaria, sebbene pochi anni prima fosse stata varata una forma protezionistica di economia la cui più evidente conseguenza era data dalla tariffa doganale) si riverberarono anche sullo stabilimento savonese che ben presto entrò in crisi e fallì.

La fortezza del Priamar - costruita nel XVI secolo dai genovesi - domina un'area ancora poco sfruttata dall'industria (fine XIX secolo).
La fortezza del Priamar – costruita nel XVI secolo dai genovesi – domina un’area ancora poco sfruttata dall’industria (fine XIX secolo).

Tra il 1886 e il 1887 a Genova si susseguirono una serie di crack bancari che raggiunsero Savona nel 1889: le conseguenze furono terribili. Il banco Ponzone & Astengo fallì per primo e i titolari si diedero alla macchia; esso trascinò in rovina molte ditte del savonese e diede il via ad una serie impressionante di fallimenti aziendali e bancarotte fraudolente. Per dare un’idea dell’importanza di questa banca nella Savona del tempo basti ricordare che con i propri capitali aveva contribuito perfino alla nascita, in Val Bormida, di quella che sarebbe passata tristemente alla storia come ACNA.

La Siderurgica fotografata dal mare (inizio XX secolo).
La Siderurgica fotografata dal mare (inizio XX secolo).

porto darsena 1910

Nelle due immagini: lo skyline di Savona stava rapidamente scambiando (inizio XX secolo).
Nelle due immagini: lo skyline di Savona stava rapidamente scambiando (inizio XX secolo).
L'ingresso dello stabilimento all'inizio del XX secolo.
L’ingresso dello stabilimento all’inizio del XX secolo.
1910: lo stabilimento e la zona del porto.
1910: lo stabilimento e la zona del porto.

Tra scandali finanziari (altre banche che fallirono di pari passo all’azienda) e malcontento popolare (ormai gli addetti in fabbrica a rischio licenziamento erano un numero assai elevato di cittadini del luogo) per la prima volta Savona affrontò una serie di tumulti popolari che erano il sintomo di un disagio diffuso da un lato per la perdita del posto di lavoro (un lavoro che sostentava a volte intere famiglie) e dall’altra per l’insorgere prepotente di ideologie sempre più diffuse nel mondo “proletario” come l’anarchismo e il socialismo che rivendicavano migliori garanzie di vita ai “capitalisti” datori di lavoro. Con questi presupposti nel 1888 si verificò il primo sciopero di una settimana.

A lato del Priamar svetta la prima ciminiera della Tardy e Benech (fine XIX secolo).
A lato del Priamar svetta la prima ciminiera della Tardy e Benech (fine XIX secolo).

Nel 1891 la “Tardy e Benech” sospese i pagamenti ai dipendenti e diede il via ad una massiccia serie di licenziamenti che fece diminuire drasticamente gli occupati da 2000 a 700 maestranze; a inizio inverno fioccarono altre lettere di licenziamento che in breve colpirono tutti e, da ultimo, gli azionisti, riunitisi in assemblea, decisero la chiusura dell’impianto per mancanza di commesse. La situazione degenerò il 31 maggio, quando una rissa in un locale di Via Pietro Giuria diede il via ad una serie di azioni di guerriglia popolare contro i carabinieri e di saccheggi ribattezzate i “tre giorni di Savona”, a seguito dei quali ci furono un centinaio di arresti.

Tra anni Ottanta e Novanta del XIX secolo insomma si delineò sensibilmente quella che sarebbe stata una costante per tutto il secolo successivo: una vasta forza operaia in grado di mobilitare persone, gestire scioperi e manifestazioni e rivendicare diritti (nel 1850 era nato in Via Pia il Partito Operaio Italiano con a capo due anarchici). Questa senza dubbio è stata la più grande rivoluzione sociale apportata dall’avvento dell’industria: l’operaio divenne attore politico, consapevole di essere in grado potenzialmente di bloccare produzioni industriali perché le sue capacità (in parte ancora artigianali, in quanto non semplice marionetta da catena di montaggio) gli consentivano di essere un interlocutore importante in momenti di agitazioni.

Maestranze al lavoro in fabbrica.
Maestranze al lavoro in fabbrica.

Precariato, salari minimi, incidenti sul lavoro: c’era tutto un mondo di vessazioni che era giunto il momento di cambiare. L’operaio faceva gruppo, si organizzava in SOMS per il mutuo soccorso, improvvisava comizi; e sebbene le posizioni fossero alquanto diverse tra anarchici e socialisti, il nemico restava uno: il capitalista sfruttatore che mai come nei mesi del fallimento della Tardy e Benech fu interpretato come il simbolo dell’ingordigia conservatrice.

LA LUNGA AVVENTURA NEL SECOLO BREVE

La ripresa economica e la Grande Guerra: la parabola della “Siderurgica”

A risollevare la situazione intervenne la concorrente principale del vecchio stabilimento, ovvero la “Società degli Altiforni fonderie e acciaierie di Terni”, a fine 1892. Avviando, inizialmente munita di 350 operai (saliti a 750 già nel ’94), una produzione di tipo prettamente commerciale come la realizzazione di rotaie, traghettò l’impianto per otto anni fino al nuovo secolo, quando la cedette alla “Società Siderurgica di Savona” che si preoccupò di ampliarlo ancora (114.000 metri quadrati) e di rinnovarne i locali e le aree di interesse (in questa fase venne perfino livellata parte della fortezza per lasciare spazio ai fabbricati e ai piazzali): tutto ciò fece sì che tra laminati e profilati d’acciaio, materiali ferroviari, bande di stagno, tubi, lingottiere, progetti meccanici, la Siderurgica si proponesse nel panorama nazionale tra le aziende leader del settore. Nel 1911 a Savona 6.500 famiglie su 10.000 traevano sostentamento dal lavoro in fabbrica.

Donne al lavoro durante la Prima Guerra Mondiale.
Donne al lavoro durante la Prima Guerra Mondiale.

Un sensibile cambio di rotta nella produzione lo si ebbe tuttavia con lo scoppio del primo conflitto mondiale: l’immane carneficina (cui l’Italia partecipò tra il 1915 e il 1918) si nutriva di armi e munizioni e pertanto anche a Savona come in altri impianti della penisola si incominciarono a sfornare proiettili. La Siderurgica faceva parte di quel vasto trust finanziario che trovava nelle iniziative belliche il suo più naturale sfogo economico e di profitto: in altre parole furono proprio i proprietari di industrie siderurgiche e metalmeccaniche che spinsero affinché l’Italia si armasse e muovesse guerra, pressando il premier Giovanni Giolitti e alimentando una feroce campagna pubblicitaria nazionalistica e patriottica che imbonì giovani, intellettuali e membri appunto di lobby ma che sostanzialmente inorridiva borghesi e proletari (di fatto le vere vittime del conflitto).

Scatola in latta con decorazione dipinta evocante la Siderurgica.
Scatola in latta con decorazione dipinta evocante la Siderurgica.

In seguito a ciò, per la prima volta in fabbrica entrarono anche le donne: essendo infatti gli uomini richiamati in massima parte al fronte, qualcuno doveva comunque portare avanti la produzione. Interi reparti erano composti da ragazze o signore che – sebbene la situazione in sé fosse tragica per i lutti e i dispiaceri derivanti dal conflitto – furono entusiaste di mettersi alla prova per la prima volta in vita loro, portando a casa il salario e pertanto contribuendo loro stesse al fabbisogno familiare. Le donne di per sé non erano affatto escluse dal lavoro in fabbrica anche in tempo di pace (senza voler considerare il lavoro impiegatizio), ma le loro mansioni erano ristrette e circoscritte anche salarialmente: fu tuttavia proprio grazie al loro massiccio intervento in quegli anni difficili che prese piede sempre più una coscienza civile purtroppo solo quarant’anni dopo (in seguito all’impegno nelle fabbriche e nella Resistenza delle figlie e nipoti delle ragazzine di inizio secolo durante il secondo conflitto mondiale) concretizzatasi legalmente con il diritto di voto anche alle donne.

L’Ilva e il dopoguerra

L’Italia uscì vincitrice dalla Grande Guerra, ma la “Siderurgica” non ebbe tempo di gioirne. Nel 1918 entrò a far parte dell’Ilva proprio mentre l’intero comparto italiano che lavorava l’acciaio fu investito da una immane crisi del sistema: finita la guerra era ora il caso di ritornare a produrre “per la pace”; ma purtroppo il cambiamento non fu così immediato.

Nel frattempo il caos sembrava regnare sovrano nell’Italia postbellica: scioperi e cortei spesso repressi nel sangue a volte degeneravano in vere e proprie sommosse popolari che prendevano di mira negozi pubblici e palazzi del potere. Era il “biennio rosso” e all’orizzonte si andava profilando lo spettro di un movimento ideologico che di lì a poco si sarebbe prepotentemente imposto sul panorama nazionale: il fascismo. Ogni tumulto operaio sembrava alimentare un senso di disagio e di insicurezza nella classe borghese e come se non bastasse nella stessa componente socialista (allora la dottrina imperante tra i proletari) tirava aria di scontro e desiderio di rinnovamento. Sempre più socialisti guardavano con entusiasmo e speranza alle trasformazioni avvenute in Russia dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 e inevitabilmente si concretizzò la rottura tra le fazioni interne: con la cosiddetta Scissione di Livorno nel 1921 nacque il Partito Comunista e a Savona la maggior parte dei socialisti si allineò nelle file della nuova schiera ideologica che si riconosceva nella bandiera rossa con falce e martello.

L'ILVA e i pontil.
L’ILVA e i pontili.
Il grande caseggiato dell'ILVA.
Il grande caseggiato dell’ILVA.

Il rischio di disordini era tangibile: una città industrializzata come Savona, definita pochi anni prima “la piccola Manchester” poteva essere presa in ostaggio da orde di rivoluzionari convinti delle parole di Carl Marx, che appunto ipotizzava una rivoluzione proletaria là dove avevano preso piede le industrie.

Ma il quadro politico italiano cambiò ben presto: con la marcia su Roma dei camerati neri di Benito Mussolini si aprì una nuova fase della storia recente del Bel Paese; e non appena il Re Vittorio Emanuele III di Savoia diede l’incarico al futuro Duce di dare vita a un nuovo governo le cose anche a Savona cambiarono presto.

Gli squadristi, tra una manganellata e l’altra, cercavano di ristabilire l’ordine e, se ciò non fosse bastato, sarebbero intervenuti con rivoltelle e altre armi (una serata danzante agli stabilimenti balneari Wanda finì nel sangue); i più agitati manifestanti erano arrestati e comunque segnalati. Di lì a poco manifestare opinioni di sinistra avrebbe significato rischiare processi, condanne e esilio. Evento simbolico della fine di un’epoca fu la fuga clandestina di Filippo Turati da Savona verso la Corsica: con il leader socialista se ne andava dall’Italia anche la speranza di qualsiasi forma di opposizione e dissenso al Regime.
Il mondo operaio, sempre legato all’ideologia comunista e socialista, subì continue defezioni ma non cambiò rotta: la condizione operaia del resto non ammetteva molte alternative ideologiche in sé al di là di quelle abbracciate negli anni addietro.

Dal fascismo alla seconda guerra mondiale

Sebbene non godesse di una grande stima nel savonese, il fascismo riuscì magistralmente ad appropriarsi dell’orgoglio operaio per il proprio lavoro in fabbrica grazie alla falsa propaganda sui giornali e le riviste del tempo: fino a pochi anni prima la Rossa Savona sembrava impiegabile al volere di Roma, ma in seguito alla sempre più diffusa fascistizzazione sia dei costumi che dell’economia italiana anche un impianto come l’Ilva divenne presto un impianto-vedette per il prestigio del regime. Durante gli anni Venti infatti Savona era l’insediamento produttivo più importante del gruppo; questi contribuì a rinnovarne i locali, i reparti e di conseguenza furono rammodernati marchingegni e forni. Fu poi nel 1933 che – entrato nell’orbita IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) – si giunse ad una specializzazione più carpentieristica e meccanica, anche se la produzione di laminati proseguiva con successo: in questa fase si raggiunse la colossale produzione di 200.000 tonnellate annue di acciaio (grazie a sei forni Siemens) su una superficie di lavoro di ben 155.000 metri quadrati (dei quali 80.000 al coperto) e due pontili. Ma a tutto ciò andava anche ad aggiungersi il recente acquisto del sito ex “Ferrero Bates” di Vado Ligure, attrezzato per la produzione di materiale ferroviario e per la carpenteria saldata. La fabbrica era nata nel 1911 per conto di Oscar Sinigaglia con il nome “Ditta Sinigaglia & Di Porto”.

L'ILVA di Vado Ligure: il lungo caseggiato della "Valletta" - vero e proprio falansterio di inizio XX secolo - separa l'area della Michallet (della quale si vedono le ciminiere) dall'ex Oscar Sinigaglia.
L’ILVA di Vado Ligure: il lungo caseggiato della “Valletta” – vero e proprio falansterio di inizio XX secolo – separa l’area della Michallet (della quale si vedono le ciminiere) dall’ex Oscar Sinigaglia.
L'ILVA e il porto in un dipinto degli anni Trenta.
L’ILVA e il porto in un dipinto degli anni Trenta.

Il laminatoio, servito dalla fonderia con nove convogli su linea ferrata, era assieme alla fonderia e alla sezione latta la principale risorsa di lavoro per gran parte della popolazione locale: negli anni antecedenti al secondo conflitto mondiale le maestranze constavano di 3.500 persone. Con l’inizio delle ostilità si arrivò ben presto a toccare quota 5.000 addetti ma questa volta la guerra colpì duramente l’impianto: a partire dall’estate 1940 la costa savonese (ricca di stabilimenti e aree produttive) fu bersaglio privilegiato per fortezze volanti, corazzate e sommergibili alleati. Proprio a poche ore dal discorso di Mussolini alla nazione, il 10 giugno 1940, si piansero i primi morti, si contarono i primi feriti e si constatarono i primi danni a caseggiati e impianti industriali. Cinque anni più tardi la carneficina si mostrerà in tutta la sua crudezza ai primi fotoreporter: interi palazzi collassati su se stessi, vie un tempo popolose e suggestive sbriciolatesi come castelli di sabbia, corpi sfregiati e mutilati recuperati anni dalla morte sotto le macerie e difficilmente riconoscibili. Oltre a tutto ciò molti operai subirono gravi soprusi e in ultimo la deportazione massiccia verso i tristemente noti campi di concentramento e di sterminio nazisti: ufficialmente erano trasferiti in campi di lavoro per produrre in nome del Reich alleato della Repubblica Sociale Italiana, ma di fatto molti di loro morirono di fame, fatica, stenti e gassazione (in modo particolare a Mauthausen). La gran parte dei savonesi deportati furono arrestati in seguito alla loro adesione allo sciopero del marzo 1944.

Via Luigi Corsi: un palazzo sventrato da una bomba. Una delle tante immagini che testimoniano i disastri della guerra...
Via Luigi Corsi: un palazzo sventrato da una bomba. Una delle tante immagini che testimoniano i disastri della guerra…

Sulla sola Ilva piombarono qualcosa come 250 bombe e gran parte della superficie industriale fu gravemente compromessa. In questo dramma umano, molte famiglie riuscirono a sopravvivere alle traversie della Storia anche grazie all’aiuto dei volontari del Soccorso Rosso, una sorta di assistenza mutualistica nata in fabbrica anni prima con l’obiettivo di tamponare il più possibile drammatiche situazioni di emergenza.

L’Ilva comunque, o almeno quello che ne restava, fu uno dei centri della lotta antifascista più importanti del Nord Italia: la lotta partigiana, particolarmente aspra nel savonese, nacque anzitutto dal malcontento e dall’incertezza successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando gran parte della popolazione maschile risultò potenzialmente in lizza per essere richiamata alle armi sotto il comando dei quadri della neonata Repubblica di Salò. Il caos in cui riversava Savona – molti disoccupati in seguito ai danni per i bombardamenti, antifascisti sempre più insofferenti dei rigidi e autoritari dettami governativi – era un humus fertile in cui facilmente sarebbe potuto attecchire il germoglio della rivolta. Molti operai si armarono e raggiunsero coetanei e compagni nelle colline e montagne che contornano la rada: la maggior parte di loro poté irrompere esultante per le strade della città, sventolando bandiere rosse e cantando spavaldamente Fischia il vento o Bella ciao, il 25 aprile 1945; ma molti altri rimasero invece vittime di rastrellamenti e agguati nazifascisti. I loro nomi sono oggi ricordati in monumenti, aree urbane e strutture pubbliche.

Ilva e Italsider: dalla crisi degli anni Cinquanta alla chiusura degli impianti

Con la fine della guerra prese sempre più piede nell’immaginario collettivo l’idea di un’Ilva antifascista, fucina di ideologie e rivolte e luogo di formazione interiore per intere generazioni. La fabbrica non era un semplice posto di lavoro, ma una vera scuola di vita, in cui si imparava sì a saldare e lavorare il metallo ma anche a conoscere la propria storia recente (la scolarizzazione tra le maestranze era molto bassa e spesso venivano a conoscenza di fatti storici e dottrine filosofico-ideologiche da membri anziani del settore in cui erano addetti o da sindacalisti ed ex combattenti), a rapportarsi con gli altri (l’operaio si identificava come elemento di un gruppo coeso in cui ci si aiutava reciprocamente sia in orario di lavoro che fuori) e a plasmare quella morale civile che fu alla base, secondo molti, della spinta rinnovatrice del dopoguerra. In poche parole l’Ilva divenne un mito, con tutte le conseguenze – positive e negative – che un mito comporta per una data società.

Secondo dopoguerra: crollata la dittatura l'ideologia comunista torna prepotentemente in primo piano contraddistinguendosi come l'ideologia dominante nel savonese.
Secondo dopoguerra: crollata la dittatura l’ideologia comunista torna prepotentemente in primo piano contraddistinguendosi come l’ideologia dominante nel savonese.
Garibaldi, bandiere rosse e ciminiere: tre simboli dell'idea di libertà tipici dell'immediato dopoguerra.
Garibaldi, bandiere rosse e ciminiere: tre simboli dell’idea di libertà tipici dell’immediato dopoguerra.

Furono proprio gli anni del dopoguerra però tra i più difficili per la città: nell’ambito del riassetto industriale della Finsider voluto da Oscar Sinigaglia, sullo stabilimento savonese piombò la cappa inquietante dei licenziamenti.

Delineatosi ancora in epoca fascista, quello che passò alla storia come “Piano Sinigaglia” fu di fatto il primo piano di sviluppo IRI-Finsider dell’era Repubblicana, essendo operativo a partire dal 1948. Con esso si poneva l’attenzione sull’incremento della siderurgia a ciclo integrale e sulla specializzazione delle unità produttive, iniziative che consentirono alla siderurgia italiana di entrare nell’orbita della CECA tanto da raggiungere, nel 1958, l’ottavo posto su scala mondiale per tonnellate prodotte di acciaio. Secondo Sinigaglia era necessario incrementare gli stabilimenti a ciclo integrale di Piombino e Bagnoli e costruirne uno ex novo a Genova-Cornigliano (entrato in funzione nel 1953). Nel giro di pochi anni però risultò evidente che la produzione di acciaio rimaneva inadeguata alla richiesta di consumo interno (si era negli anni del boom economico) e ci si doveva rifare a importazioni in modo sempre più massiccio. Così il Comitato dei Ministri per le Partecipazioni Statali, nel giungo 1959, deliberò un nuovo piano di sviluppo della siderurgia con la costruzione di un impianto ex novo a Novi Ligure (laminazione a freddo), un raddoppio di Cornigliano, un riammodernamento di Bagnoli, una riconversione a Trieste e soprattutto la costruzione di un nuovo centro siderurgico a ciclo integrale a Taranto, in perfetta linea con i dettami socioeconomici che puntavano a riqualificare le depresse aree del Sud Italia, ben presto ribattezzata dalla stampa la “Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo”, un vero gioiellino di tecnica e progresso, un prototipo funzionante da prendere come esempio.

Quando il 9 luglio 1960 fu posta la prima pietra del nuovo impianto pugliese, Savona già da cinque anni era stata declassata a fabbrica di serie B nella strategia di mercato italiana.

Contro il Piano Sinigaglia: gli scioperanti marciano per Savona mostrando orgogliosamente i volti dei martiri della Resistenza. Il diritto al lavoro - sancito dalla neonata Costituzione - veniva equiparato al diritto di vivere in uno Stato libero da fascismi e prevaricazioni.
Contro il Piano Sinigaglia: gli scioperanti marciano per Savona mostrando orgogliosamente i volti dei martiri della Resistenza. Il diritto al lavoro – sancito dalla neonata Costituzione – veniva equiparato al diritto di vivere in uno Stato libero da fascismi e prevaricazioni.

Il “Piano Sinigaglia” parlava chiaro: Savona avrebbe cessato di avere la sua fabbrica siderurgica, o almeno non sarebbe più stata la grande Ilva di un tempo. Il polo di Cornigliano a pochi chilometri, una produzione ancora sostanzialmente “di rottame”, una seconda parte di Novecento più competitiva sul piano economico internazionale… tutte ragioni che fecero ventilare per l’aria una sola inquietante parola: licenziamento.

Gli operai non rimasero a guardare: consci della propria professionalità (non si poteva fare a meno di loro) e forti di organizzazioni interne alla fabbrica quali il Comitato di Liberazione Aziendale (che si occupò delle prime riassunzioni appena finita la guerra), il Consiglio di Fabbrica e la Commissione Interna, si decise di dare il via a manifestazioni e scioperi. Tra il 5 e il 23 dicembre 1949 si ebbe la prima occupazione dell’impianto da parte delle maestranze, con la direzione costretta ad abbandonare la sede di lavoro: il Consiglio di Gestione optò per fa continuare la produzione. Ottima scelta, in quanto qualche tempo dopo – in seguito anche ad un altro importante episodio tra il 4 ottobre 1950 e il 12 febbraio 1951 – la direzione decise di pagare gli operai per il lavoro svolto durante l’occupazione. L’evento più toccate fu certamente il Natale 1955, l’ultimo dell’Ilva come impianto importante nel suo settore, quando intere famiglie festeggiarono in fabbrica nei locali mensa. Nel frattempo il Comune e la cittadinanza crearono un “Comitato per la difesa della fabbrica” (donne di tutte le età chiedevano offerte di cibo a contadini e negozianti fino a Vado e nell’entroterra, famiglie borghese ospitavano a pranzo bambini figli di operai…): ma a nulla valsero queste dimostrazioni di solidarietà se non a dimostrare che esisteva un tangibile legame tra la fabbrica e la città.

Folla oceanica in Piazza Diaz - davanti al Teatro G. chiabrera - manifesta il suo dissenso al Piano Sinigaglia.
Folla oceanica in Piazza Diaz – davanti al Teatro G. chiabrera – manifesta il suo dissenso al Piano Sinigaglia.

Malgrado tutto ciò, ad ogni sciopero si riusciva solo parzialmente ad averla vinta: si guadagnavano altri mesi di lavoro, ma i licenziati di volta in volta erano sempre di più. Un poco si guadagnava in speranze per il futuro quanto tanti cessavano del tutto di sperare.
Il clima sociale era tesissimo e decisamente sconfortante: nel romanzo di Guido Seborga Gli innocenti ben si possono “rileggere” gli stati d’animo di operai e cittadini.
Tuttavia, malgrado i tumulti e le proteste, la siderurgia lasciò Savona: acciaieria, reparti laminazione, serpentaggio e latta furono chiusi per sempre. Furono demoliti alcuni capannoni e le alte ciminiere (tranne una, ancor oggi esistente). Gli occupanti precipitarono a 1.750 unità. Comprato privilegiato della nuova condotta industriale sarebbe stata la carpenteria (costruzione di carri siderurgici e rimessa in sesto di elementi provenienti da altri siti italiani) e su questa linea si continuò a produrre anche quando nel 1961 l’Ilva divenne Italsider (nata dall’unione di Ilva e Cornigliano s.p.a), con l’aggiunta del laminatoio, della fonderia di ghisa per lingottiere e altri materiali.

Donne sgomberano le macerie della guerra: in fabbrica le differenze di genere si assottigliarono molto tra anni Dieci e anni Cinquanta.
Donne sgomberano le macerie della guerra: in fabbrica le differenze di genere si assottigliarono molto tra anni Dieci e anni Cinquanta.
Donne in corteo (anni Cinquanta).
Donne in corteo (anni Cinquanta).
Anni Cinquanta: si occupa la fabbrica.
Anni Cinquanta: si occupa la fabbrica.
Le famiglie passano il Natale in fabbrica.
Le famiglie passano il Natale in fabbrica.
Tutti insieme nella sala mensa.
Tutti insieme nella sala mensa.
La generosità dei savonesi non ebbe limite: ai compagni dell'ILVA arrivarono ogni sorta di beni alimentari.
La generosità dei savonesi non ebbe limite: ai compagni dell’ILVA arrivarono ogni sorta di beni alimentari.
Provviste di ogni tipo in arrivo...
Provviste di ogni tipo in arrivo…
Autogestione ed autoproduzione nei giorni dello sciopero "bianco".
Autogestione ed autoproduzione nei giorni dello sciopero “bianco”.
Regali natalizia ai bambini figli di operai a rischio licenziamento.
Regali natalizia ai bambini figli di operai a rischio licenziamento.
Si confezionano regali per i bambini.
Si confezionano regali per i bambini.
Anche i privati cittadini contribuirono al sostentamento delle maestranze intente ad occupare la fabbrica. Qui arriva del buon vino...
Anche i privati cittadini contribuirono al sostentamento delle maestranze intente ad occupare la fabbrica. Qui arriva del buon vino…
Pane, formaggio, pasta… la generosità non aveva limite.
Pane, formaggio, pasta… la generosità non aveva limite.
Accampati ma felici di aver preso parte ad una così importante dimostrazione di responsabilità civile: non solo protesta ma produzione ad oltranza. La fabbrica era viva.
Accampati ma felici di aver preso parte ad una così importante dimostrazione di responsabilità civile: non solo protesta ma produzione ad oltranza. La fabbrica era viva.
Gesù Bambino in fabbrica: l'albero di natale allestito per i bambini in un salone della fabbrica occupata.
Gesù Bambino in fabbrica: l’albero di natale allestito per i bambini in un salone della fabbrica occupata.
Si firma il libro delle presenze...
Si firma il libro delle presenze…
Il "libro" dell'ILVA, oggi perduto.
Il “libro” dell’ILVA, oggi perduto.
Pace e Lavoro: due simboli della stessa lotta, due volti della stessa ideologia.
Pace e Lavoro: due simboli della stessa lotta, due volti della stessa ideologia.

Scomparendo la siderurgia da Savona vennero meno anche, naturalmente, quelle che oggi definiremmo “problematiche ambientali” inerenti al funzionamento dell’impianto. Il mondo odierno, consapevole dei danni causati dalla combustione del carbone e di altre materie prime utilizzate nell’Ilva così come in altre industrie, inorridisce nella visione di fumo nero e vapori cinerei fuoriuscenti da alte ciminiere; ma per la maggior parte della storia dell’umanità una vera minaccia alla propria salute non era percepita. Molto fumo equivaleva a molto lavoro. Il mare innanzi alla città era costantemente di un poco attraente colorito grigiastro e ancor oggi diversi anziani savonesi raccontano che spesso ci si portava sulla spiaggia sotto la fortezza per raccogliere sulla sabbia la scarabìa (frammenti di coke della fabbrica utilizzato poi nelle stufe) e il risìn (porzioni livellate dal mare di ferro e ghisa rivendute come rottame e che quindi tornavano ancora una volta all’Ilva).

In un’epoca di coscienza ecologica come la nostra, in cui parole come “Ilva” e “acciaieria” rievocano immagini, dati scientifici ed intercettazioni telefoniche inquietanti (sulla scorta dello scandalo sanitario legato all’impianto di Taranto), farà comunque piacere sapere che fin dall’inizio del XX secolo sul giornale socialista “Il diritto” esisteva una rubrica dal nome “La galera dell’ILVA” in cui erano riportati tutti i problemi che gli operai dovevano sopportare sul posto di lavoro. Le cause maggiori di morte erano dovute ad incidenti (cadute, amputazioni e perfino liquefazioni nei forni!); anche in anni recenti lo standard di invalidità rimase legato a queste defezioni, ma se ne aggiunse anche un’altra: l’amianto, che sotto forma di eternit, in quanto isolante termico, era molto impiegato negli edifici e nelle macchine.

I fumi dell'ILVA (anni Dieci del XX secolo).
I fumi dell’ILVA (anni Dieci del XX secolo).
La grande produttività rilasciava nell'atmosfera grandi quantità di inquinamento: ma all'epoca non esisteva alcun concetto di salvaguardia dell'ambiente.
La grande produttività rilasciava nell’atmosfera grandi quantità di inquinamento: ma all’epoca non esisteva alcun concetto di salvaguardia dell’ambiente.

“Entrare a lavorare all’Italsider era come vincere un terno al lotto” sospirano ancor oggi i vecchi operai ed impiegati. E in effetti il nome Italsider fa venire immediatamente alla mente le immagini di un’Italia opulenta, o comunque orientata verso un futuro apparentemente florido, una delle potenze industriali più potenti al mondo.

Partecipazioni statali e produzione in crescita alimentarono questo mito di indistruttibilità di pari passo alle numerose attività che si svolgevano all’interno della fabbrica stessa. All’Italsider non ci si andava solo a lavorare, ma anche a passare il tempo (nel vero senso della parola).

Intanto vi era un’attenzione particolare alla cultura dei dipendenti (frutto anche della preparazione ideologica e politica di molti di loro) che comunque aveva radici antiche, almeno dal dopoguerra: un esempio interessante di questa tendenza fu Il Casone (il nome in codice della fabbrica durante la Resistenza), settimanale interno della fabbrica nato nel 1945 e uscito per qualche tempo ciclostilato. Dalla gestione Ilva continuavano ad esistere: un gruppo dell’U.D.I. (“Unione Donne Italiane”), un “Circolo Ricreativo Culturale” che organizzava incontri sportivi (bocce, calcio) disputate al campo di Corso Vittorio Veneto, concerti, gite, prime visioni cinematografiche, mostre artistiche (tra gli operai c’erano diversi pittori e scultori come Gigi Cuniberti). Non era una novità che gli operai contribuissero al fiorente sviluppo dell’arte: basti fare l’esempio del “Premio Vado”, allestito proprio da operai a Vado Ligure e in cui parteciparono e vinsero operai-artisti quali Achille Cabiati e Mario Raimondi, tra i nomi più conosciuti di quella schiera di estrosi scultori e pittori che seguirono l’esempio di Arturo Martini, vero Pigmalione per generazioni di talentuosi del posto.
Per assistere a spettacoli a teatro oltre che prendere parte a feste e serate danzanti bastava fare una fila (molto nutrita) e registrarsi in un lungo elenco: il prezzo dell’evento veniva decurtato dalla busta paga.

La Colonia di Salice d'Ulzio per i figli degli operai ILVA.
La Colonia di Salice d’Ulzio per i figli degli operai ILVA.
Tutti in posa innanzi all'edifico delle Colonie estive montane.
Tutti in posa innanzi all’edifico delle Colonie estive montane.

Nacque perfino una biblioteca interna e la SMS “Lavoratori dell’Ilva” organizzava trasferte di bambini nella Colonia estiva a Ulzio. Persisteva una Cassa Assistenza Mutualistica e Croce Rossa e Croce Bianca avevano tra le fila massimamente dipendenti Ilva-Italsider (addirittura la Croce Bianca era nata nel 1899 con il nome “Società di Pubblica Assistenza” in seguito a un’esplosione che fece cinque vittime e diversi feriti).

Oltre a tutto ciò, va ricordato che tra le iniziative di tipo “paternalistico” varate dall’allora Ilva grande successo ebbe la costruzione di nuovi edifici per l’alloggio di maestranze e impiegati: la zona di Piazzale Moroni, ricca di palazzine popolari, nacque proprio in seguito a queste decisioni filantropiche.

Il lotto sulla Rocca di Legino è stato assegnato...
Il lotto sulla Rocca di Legino è stato assegnato…
Si scavano le fondamenta del futuro Piazzale Moroni.
Si scavano le fondamenta del futuro Piazzale Moroni.
Deposito dell'ILVA tra Legino e Via Stalingrado: a poca distanza nacque il quartiere popolare di Piazzale Moroni.
Deposito dell’ILVA tra Legino e Via Stalingrado: a poca distanza nacque il quartiere popolare di Piazzale Moroni.
L'INA Casa dà l'avvio ai primi lavori di edificazione popolare in zona Rocca di Legino.
L’INA Casa dà l’avvio ai primi lavori di edificazione popolare in zona Rocca di Legino.
Il primo complesso di palazzine di Piazzale Moroni.
Il primo complesso di palazzine di Piazzale Moroni.
Sbancamenti per nuove costruzioni.
Sbancamenti per nuove costruzioni.

Un vero e proprio paradiso terrestre per molti aspiranti operai insomma che però milioni di italiani impararono anche a vedere sotto altri occhi grazie all’attore Paolo Villaggio. Villaggio, che ebbe modo di lavorare all’Italsider di Genova, plasmò le celebri maschere di Giandomenico Fracchia e soprattutto dell’ingegner Ugo Fantozzi su dipendenti del colosso industriale. Tutto l’insieme di improbabili iniziative culturali facenti capo al ragionier Filini o le estenuanti prostrazioni ai piedi del “mega direttore galattico” gli furono ispirate da quella breve parentesi lavorativa. Le attività del Cral divennero così feroci parodie divenute veri cult della cinematografia italiana: le tragiche partite tra scapoli e ammogliati, le agghiaccianti visioni di film cecoslovacchi sottotitolati in tedesco e le mostruose gite fuori porta decimate da incidenti e improbabili uscite di scena.

Squadra di calcio dell'Italsider del 1974: il dopolavoro assicurava ai dipendenti e alle loro famiglie una gran quantità di attività ludiche, ricreative e culturali.
Squadra di calcio dell’Italsider del 1974: il dopolavoro assicurava ai dipendenti e alle loro famiglie una gran quantità di attività ludiche, ricreative e culturali.

Nel 1963 Italsider decise di smobilitare il sito di Vado e di annettere i seicento dipendenti al polo di Savona. Sebbene nel 1969 si inaugurò una sezione meccanica, l’impianto di Savona dava evidenti segni di stanchezza: superati gli anni Settanta con una fiera condotta degna delle maestranze di qualche decennio prima, manifestando a favore di riforme sociali a livello nazionale e prendendo ferma posizione contro gli attentati terroristici che insanguinavano il Paese e la città stessa di Savona, durante gli anni Ottanta la situazione economica e lavorativa precipitò rapidamente: la crisi della siderurgia pubblica costrinse alla chiusura del reparto fonderia.

Il casermone degli uffici dell'Italsider.
Il casermone degli uffici dell’Italsider.
Anni Settanta: manifestazione per le vie di Savona.
Anni Settanta: manifestazione per le vie di Savona.
Contro i fascismi e le prevaricazioni di ogni sorta.
Contro i fascismi e le prevaricazioni di ogni sorta.
Via Gramsci occupata dai manifestanti.
Via Gramsci occupata dai manifestanti.

Ma fu solo l’inizio della fine, che di fatto si palesò con la liquidazione di Finsider nel 1988, la successiva nascita della nuova Ilva e la constatazione – da tempo ventilata – che la fabbrica di Savona non veniva riconosciuta tra gli impianti di primaria importanza e pertanto, se proprio era necessario salvarla, si rendeva necessaria la privatizzazione, cosa che avvenne nel 1992 con la creazione di OMSAV (Officine Meccaniche Savonesi) sulla spinta ottimistica di un rilancio ambizioso della produzione industriale savonese.

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Le speranze purtroppo naufragarono nel 1994 quando OMSAV chiuse definitivamente i battenti; i dipendenti, qualche centinaio, furono ricollocati o usufruirono di prepensionamenti straordinari. Si provò a lottare, ma i tempi erano cambiati: la popolazione non scendeva in piazza con gli operai e i cortei stessi erano composti da ormai poche decine di persone. In un certo senso il XX secolo per Savona si concluse quell’anno, mentre il nuovo millennio timidamente si profilava all’orizzonte con progetti avveniristici.

La società ORSA 2000 (“Orizzonte Savona”), nata nel 1991, e il “Consorzio Vecchia Darsena” portarono avanti progetti di riqualificazione e trasformazione urbanistica delle ex aree industriali che approdarono nel 2010 all’inaugurazione dell’enorme caseggiato detto Crescent dell’archistar catalana Ricardo Bofill, sorto proprio là dove si ergeva il caseggiato d’ingresso all’impianto. Le vicissitudini e i fatti che portarono alla cementificazione della darsena sono state al centro di numerosissime polemiche e illazioni riguardanti accuse di presunte speculazioni edilizie (con tanto di fascicolo di indagine della Procura di Savona, poi mandato al macero): vicende queste raccontate nel saggio Il fallimento perfetto del giornalista Bruno Lugaro.